Non ho ancora capito se stare due mesi in Siria mi abbia fatto bene o male. Bene, perché al mio ritorno l’Italia sembrava il Paese più bello del mondo. Male, perché per tutto il mio soggiorno mi ero vergognato tantissimo del mio Paese davanti a tutti gli stranieri che mi chiedevano per quale strana ragione Berlusconi potesse essere primo ministro. Bene, perché ho capito che non vivrò mai in un Paese arabo. Male, perché al ritorno in Italia non era cambiato niente. Bene, perché come ho mangiato in Siria da nessun’altra parte. Male, perché sono ingrassato di 6 chili in due mesi e una volta tornato ci ho messo altri 4 mesi per tornare al mio peso forma. Bene, perché mi sono guardato dentro e ho riflettuto molto sulla mia vita, ne avevo davvero bisogno. Male, perché non sono riuscito a creare legami veri con nessuno, oppure ci sono riuscito troppo tardi, quindi ero sempre solo. Bene, perché ho capito quanto bene voglio al Paese dove sono nato, casa mia, che mi è mancato così tanto. Male, perché tanto lo amo da lontano, tanto lo odio da vicino.

Potrei andare avanti a elencare contrasti per pagine, ma abbiamo capito che, come tutte le cose, questa esperienza ha avuto tanti lati positivi quanti negativi.

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In ogni caso il confronto con l’Italia e con Milano è venuto facile e spontaneo. È bastato sbarcare a Fiumicino per vedere quanto l’aeroporto fosse nuovo e pulito, quanto le persone mi sembrassero “normali”. Sono uscito dal terminal di Linate alle 18 di venerdì, l’ora in cui qualunque milanese darebbe mezzo stipendio per non dover affrontare il traffico e io, che dovevo attraversare tutta l’intera città da un capo all’altro per arrivare finalmente a casa (un’ora di viaggio), ero perfettamente tranquillo e rilassato. Sentivo silenzio e respiravo aria pulita. Mio fratello che era venuto a prendermi era sconvolto: silenzio, con tutto questo macello da aeroporto? Aria pulita, con questo traffico? Ma dove sei stato due mesi, chiuso in una petroliera? Eppure io ero beato nel mio riconquistato mondo di strade pulite, di gente civile e silenziosa, di parchi e prati e giardini e viali alberati, di supermercati, di semafori che funzionano, di autobus con il cambio automatico, di macellerie con la carne di maiale, di bar che vendono birra, di chiese con dolci campane che suonano, di coppie in giro per mano e abbracciate, addirittura si baciavano per strada.
Tutto questo era Milano al mio ritorno, ed era così perfetta. Per giorni ho camminato per la città come se fosse coperta di neve, perché tutti i rumori mi sembravano attutiti, tutto completamente ovattato, come fossi appena uscito da un concerto metal, ma di quelli buoni. Nulla di tutto quello che prima era sempre stato un problema lo era più: i mezzi pubblici, i resti dei cani sui marciapiedi, i nostri politici, la nebbia, la disorganizzazione, le strutture scadenti dell’università, la connessione a internet. Nell’attesa di partire per la Siria non avevo fatto altro che maledire l’Italia e lamentarmi di quello che non andava, eppure erano bastati due soli mesi a farmi cambiare completamente punto di vista: l’Italia era improvvisamente diventata un bel posto per vivere, un posto dove stavo bene.

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Il fatto di trovarmi in un Paese straniero meno evoluto, per così dire, sotto tanti punti di vista, dove la libertà non è certo intesa nello stesso senso in cui la intendiamo noi, mi ha fatto riflettere su quanto l’Italia sia un Paese moderno, avanzato, democratico, florido. Mi ha fatto pensare a quanto spesso ci lamentiamo dei nostri politici, delle nostre istituzioni, della nostra società, perfino di noi stessi, senza guardare mai a quello che c’è di buono in tutto quello che siamo come Paese.

Naturalmente è inutile dire che è bastato poco per tornare sui miei passi e ritrattare tutto, è bastato tornare a contatto con i nostri ormai così consueti problemi per ricredermi. Non che mi sia tornata la voglia di andare in Siria, ma in qualche altro posto sì. E anche veder scemare così alla svelta tutto questo ottimismo mi ha fatto riflettere non poco. Possibile che sia stato così facile disamorarmi di un Paese al quale, migliaia di chilometri distante, mi sentivo così legato, di una società della quale mi mancava così tanto essere parte? Possibile che ora sia di nuovo così disposto a rinnegare le mie radici, a rinunciare a casa mia pur di non subire più certe violenze?
Possibile. Più che possibile, reale.
Troppo forte la tentazione di lasciar perdere davanti all’illusorio ottimismo nel vedere “le cose che funzionano”, perché poi finiamo sempre per convincerci che non ne vale la pena. Ma ne siamo davvero così sicuri? In fondo, se una parte delle cose, che è una buona parte, funziona, perché non dobbiamo pensare che si possa mettere a posto anche il resto?

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