C’è una cosa del vivere all’estero, del viaggiare, dello studiare fuori casa che riesce sempre a stupirmi. Per quanto lontano da casa si possa andare, per quanto tempo si possa passare distante dall’Italia, ci sono dei compagni di viaggio che sembrano davvero non volerti mai abbandonare. Chi sono? Gli stereotipi di cui noi Italiani siamo vittime.

Uno stereotipo è una convinzione non basata su una conoscenza diretta, ma a volte così radicata da essere difficilmente modificabile. Se si parla di popoli, uno stereotipo è quindi una caratteristica attribuita a tutti gli abitanti di una nazione, sulla base della loro appartenenza a un gruppo (il popolo appunto) che “si dice” abbia questa o quella particolarità.

Dunque i Francesi sono arroganti e puzzano d’aglio, i Tedeschi sono rigidi e mangiano wurstel e patate mentre gli Inglesi sono freddi e la domenica cacciano le volpi. E gli Italiani, come sono?

Italiani, popolo di santi, poeti e naviganti, recitava un vecchio adagio. Italiani, amati e odiati. Invidiati e derisi. Snobbati e imitati. Nel bene o nel male noi Italiani siamo sempre molto chiacchierati. Non deve dunque stupire la quantità di stereotipi di cui siamo vittime all’estero, né la pervicacia di chi ci attribuisce certe caratteristiche più o meno spiacevoli.

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Incredibile è però la varietà di caratteristiche attribuitaci: si va dal classico “Pizza-Spaghetti-Mandolino-Mafia”, un vero e proprio evergreen nonché il non plus ultra dell’arte dello stereotipo, ad altre qualità decisamente “particolari”: sembra per esempio che i primi ragazzi italiani che presero parte a programmi di scambio Intercultura negli Usa negli anni ‘50-’60 fossero particolarmente temuti dalle ragazze di Oltreoceano. Perché? Perché gli Italiani erano considerati essere avvezzi alla pratica del “Ass pinching”, il pizzicotto sul sedere. Se il titolo fosse meritato, difficile dirlo..

Dare un quadro completo di come “siamo stereotipati” dagli altri è impresa ardua. Paese che vai, Italiano che trovi. A volte gli stereotipi sono una forma “socialmente accettabile” di razzismo. Basti pensare che non è stao sufficiente il contributo di fatica e a volte sangue dato dai nostri connazionali nelle fabbriche e nelle miniere di Germania, Belgio o altri Paesi europei per liberarci completamente dell’odiosa etichetta di scansafatiche e lazzaroni spesso in quelle terre attribuitaci.

Ma come nasce uno stereotipo? E “i nostri”, in particolare, come sono nati?

Direi che c’è un fondo di verità alla base di ogni luogo comune, certo spesso completamente stravolto. Anche se generalizzare è sempre rischioso, credo si possano individuare delle “caratteristiche nazionali”, se non altro nel campo delle abitudini e dei modi di fare. Se è vero che noi Italiani mangiamo molta pasta (con pochissime eccezioni), se è altrettanto vero che abbiamo inventato la pizza, pochi tra noi sanno suonare il mandolino..

La nostra storia di popolo di migranti è forse la maggior causa del gran numero di stereotipi attribuitici. Gli Italiani che ad inizio ventesimo secolo erano costretti ad abbandonare il Bel Paese per cercare fortuna altrove si trovavano spesso a fare i conti con una ostilità diffusa da parte degli abitanti dei Paesi che li accoglievano. “Les Cheveliers du couteau” , i cavalieri del coltello, era il nomignolo affibbiatoci dai cugini d’Oltralpe per via della nostra supposta facilità nello sfoderare le armi da taglio. In Argentina si ricorreva a teorie fisiognomiche derivate da quelle dello studioso italiano Cesare Lombroso per spiegare come gli immigrati di origine italiana fossero naturalmente inclini a delinquere.

Non giovò di certo alla reputazione degli Italiani d’America l’avere esportato la Mafia da quelle parti, marchio di infamia per una comunità nella sua stragrande maggioranza onesta e operosa, che proprio grazie a queste caratteristiche ha saputo riscattare il proprio buon nome.

Né hanno portato grande giovamento agli Italiani sparsi per il mondo le tendenze anarchico-rivoluzionarie di alcuni dei nostri immigrati, autori a cavallo tra Ottocento e Novecento di atti clamorosi, come per esempio l’omicidio nel 1894 del presidente francese Sadi Carnot da parte di Sante Caserio o il tentato omicidio di Franklin Delano Roosevelt (non ancora diventato presidente) da parte del calabrese Pino Zangara.

Se oggi la realtà dell’emigrazione italiana è molto diversa, se è vero che i nostri connazionali sono spesso riusciti grazie alle loro qualità ad affermarsi all’interno delle loro comunità di adozione nonostante tutte le difficoltà incontrate, quei tempi che oggi sembrano lontani hanno lasciato in eredità una serie di stereotipi sugli Italiani. È per esempio abbastanza comune nei paesi del Nord Europa (ma non solo) considerarci “tutti poveri”, “gente che campa di espedienti” e “attaccabrighe”.

E ancora mammoni, imbroglioni, piagnoni, rumorosi, rissosi, disorganizzati, incivili, maleducati, ma anche creativi, poetici, generosi, estroversi, grandi cuochi, grandi cantanti e grandi amatori. Elencare tutte le caratteristiche che ci vengono attribuite sarebbe un’impresa impossibile. Ancora più difficile è dire dietro quali ci sia qualcosa di vero, quali siano totalmente false e quali siano vicine alla verità .

Credo sia invece importante sottolineare la sinistra assonanza tra ciò che veniva imputato ai nostri migranti all’estero fino a pochi anni fa (e forse a volte ancora oggi) e ciò di cui noi spesso accusiamo gli stranieri che vivono oggi in Italia, nonché la ferocia di certi stereotipi di cui spesso sono vittima i meridionali residenti nel Nord Italia. Se spesso possiamo fare poco per eliminare gli stereotipi di cui noi Italiani siamo vittima, di certo possiamo evitare di giudicare a nostra volta gli altri sulla base di luoghi comuni.