La prima impressione, il ricordo che uno lascia di sé sono importantissimi per creare nuovi rapporti sociali, d’affari, d’amore. Il bon ton è un irrinunciabile segreto di vita che consente di viverla con più facilità. Perché avere dei dubbi? Perché avere delle indecisioni? Ogni occasione consente di essere affrontata con grazia e semplicità.
Lina Sotis

Ricordo una trasmissione televisiva fra i cui ospiti c’era la Sotis - in videoconferenza. Interpellata su Rita Rusic (era il periodo del suo allontanamento da Cecchi Gori), la Grande Maestra del popolo italiano rispose, sorridendo come un pitone prima di strangolarti, che Rita Rusic è una sanguisuga, una donna coccodrillo, una parassita che ha fatto il buon e il cattivo tempo. Man mano che i suoi commenti si inasprivano, il suo sorriso bon-ton si faceva sempre più simile a quello dell’ anziana signora che, gloriosamente magnanima, svela una sua ricetta segretissima all’antica fantesca.
Questo il mio primo vero approccio con Lina Sotis. E la mia conseguente prima impressione, traumatica: apparire antipatici è un conto, dire cattiverie premeditate è un altro.

Un altro ricordo mi viene alla memoria, e credo che sia contemporaneo a quello appena citato: durante una discussione fra sciure al parco Solari di Milano, una modesta signora si lamentava con una gran dama della moda che non c’erano più le vere signore di una volta. La risposta della dama, indimenticabile, fu: “signova mia, si vede che son tutte movte”.

La “società di divini mondani, aristocratici, professionisti e artisti che vivono fra loro e per loro” di cui la Sotis è nostalgica è quella stessa società che la mia bisnonna, attrice attiva della mondanità belle époque veneziana, siciliana, russa e francese, condannava durante i suoi ultimi anni di vita. E, specularmene, quella società che oggi la Sotis condanna è la madre di quella i ragazzi della mia generazione ricorderanno fra cinquant’anni sospirando di nostalgia.

I ristretti gruppi di cui parla la Lina ci sono ancora, vivi e attivi nel campo dell’arte, dell’editoria, del petrolio, delle pigre e ricche teste coronate, della moda, dell’arredamento, dell’ industria. Mutatis mutandis, naturalmente.

Continuo a leggere il pezzo apparso sul “Corriere Magazine”, e cito: “[...]La pubblicità si basava su un gioco comprensibile solo a un ristretto numero di persone. Frasi criptiche ed enigmatiche per la maggioranza della popolazione, assolutamente eccitanti per quel gruppo che si piccava di essere il meglio della società [...]“. A questo punto mi chiedo se il meglio della società di cui parla la Sotis siano - cito: ” [...] Camilla Cederna, la Zanuso, Marilyn, Carlina Venosta e Silvia Tofanelli [...]“.
In un immaginario popolato da principesse Repnin, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Paola Ruffo di Calabria, marchese Casati Stampa, principesse Monroy di Pandolfina, Leonardo Sciascia, Zita d’Asburgo, Lev Tolstoij, Fulco Santostefano della Cerda, mi viene difficile parlare la stessa lingua della Sotis che cerco tuttavia di comprendere.
Amo il modo di scrivere della Sotis e trovo che sia un’ottima giornalista, ma temo che il suo bon-ton sia il frutto di una vita passata ad apprendere, e non del sangue che scorre nelle vene. La sua affettazione conferma la giustezza della mia analisi, la sua innaturalezza denuncia il buco nero che inghiotte ciò che di vero c’è in lei, ed è un peccato.
Il rispetto che devo alla Sotis per la sua età, la sua carriera e la sua grinta è nondimeno guastato da un sentimento di pena per chi ha avuto la possibilità, l’intelligenza e la forza di imparare, ma che ha capito male. L’idea di mondanità, di eleganza, di stile che ha assorbito la Sotis sono proprio quelli vanno condannati come traditori di ciò che si cerca di nascondere: sono indice di una volontà di cambiare il proprio stato.
La Sotis porge, a sua insaputa, l’esatto esempio di quel che non si deve fare. Il bon-ton ha delle regole molto rigide che però possono essere dimenticate, una volta assimilate. E ciò che lima l’antipatica affettazione è la naturalezza del savoir-faire: la naturalezza del comprendere che le buone maniere sono il frutto di una logica precisa: non dar fastidio o rendersi sgradevoli agli altri. Tutto, nelle buone maniere, ha una logica, e non è fine a se stesso. Se ruttare non è permesso è perché il nostro sfogo metterebbe in imbarazzo chi ci circonda; se dir “piacere” quando ci si presenta è mal-educazione, è perché si tratta di una formula automatica e mendace. Automatismi e falsità sono da evitare come la peste. “Comportati a casa tua come alla reggia e ti comporterai alla reggia come a casa tua” è precisamente il proverbio che rende l’idea: sii naturalmente educato; se a casa ti metti una tuta da ginnastica, devi assumere la libertà di portare la tuta da ginnastica alla reggia come se fosse un tight.

Se la Sotis fosse coerente con quello che dice e con i consigli che dona ai suoi lettori assetati di bon-ton, lei stessa, alla sua età (mi scusi il colpo basso, Lina….), si raccoglierebbe i capelli in uno chignon Chanel basso sulla nuca (fermato con un nastro di velluto nero) e indosserebbe un twin-set di cachemire grigio e un filo di grosse perle nere, à la façon de l’impératrice Joséphine, come il bon-ton insegna.

Avete voluto la democrazia? Adesso pedalatevela!