Nella voragine di parole ed immagini da cui siamo inghiottiti giorno dopo giorno, non ci stupiamo che il servizio d’informazione non compia più il proprio dovere. Grave è la diffusa abitudine ad un utilizzo strumentale dell’informazione che, tendendo sempre più a confondere l’opinione pubblica con vaghe e semplicistiche speculazioni teoriche, distoglie la nostra attenzione dalle complesse dinamiche reali.
È presente un losco interesse da parte dei media a dirottare lo sguardo del pubblico da gravi crimini e segreti a questioni di dubbia rilevanza, rendendo notizia il nulla e abbandonando al pozzo dell’oblio i veri scandali.
Il rischio sociale di questo uso spregiudicato dei mezzi informativi è semplicemente la follia (come volle metaforicamente dimostrarci Orson Welles tramite la sua celeberrima radiocronaca in diretta di un’invasione aliena, che scatenò il panico negli Stati Uniti).

Evidentemente questo tipo di tecniche, che hanno come scopo la massificazione informe della società, passano anche e soprattutto dal sistema radiotelevisivo dell’intrattenimento. Talk show e reality perseguono, neanche troppo velatamente, la svalutazione di vite individuali reali in favore di vite allestite. Tutto ciò per creare un’oasi di presunta serenità nell’apocalittico ingorgo di problemi e insoddisfazioni che è la vita, riproducendo così pericolose analogie o con il concetto marxista di alienazione (il lavoratore, esausto dopo la giornata in fabbrica, ritrovava sé stesso nell’assecondare i suoi più fisiologici bisogni animali, nel lasciarsi andare spegnendo il cervello) o con l’illusione religiosa in Feuerbach o Nietzsche.
Viene dunque alla luce una situazione in cui ci vediamo anche noi spinti ad accettare d’essere privati della conoscenza, in cambio di un ipotetico quanto fallace “viver tranquilli”.
L’informazione, incontrando l’economia, ha manifestato un’inclinazione a contraddire due volte la propria funzione: in primo luogo evitando accuratamente di mettere le persone in condizione di conoscere, capire e giudicare correttamente gli accadimenti; successivamente spogliandosi del nobile ruolo di smascheratrice, di grande occhio saggio ed attento, pronto a denunciare le bieche logiche oscurantiste del potere.
Così il linguaggio diventa una temibile arma. Il senso diviene possibilità di significato.
Questo uso dell’informazione si rivela quindi un potente feticcio ingannatore, un vetro specchiato da dietro il quale i carcerieri scrutano di nascosto i loro inconsapevoli prigionieri.
Come definire tutto ciò se non controllo o manipolazione? Non è questa una gentile imposizione, un cordiale ordine ad una volontaria ed incosciente accettazione del sistema? Come dire, signora Harendt,…totalitarismo?