Uno dei miei primi impatti con Parigi, ricordo, è stato in metropolitana. Un bambino pestifero saliva e scendeva dagli strapuntini, facendoli sbattere, si arrampicava, urlava, si graffiava, piangeva. Ricordo quel breve viaggio come un incubo. La madre, imbarazzata, cercava di calmarlo come poteva, senza successo fino quando il bimbo, dalla spalliera dei sedili a scompartimento che reggevano lo strapuntino, si lanciò sullo stesso una frazione di secondo troppo tardi per poterlo trovare abbassato. Il vagone trasse un sospiro di sollievo ed io, guardandolo, non riuscii a trattenere una risata di soddisfatta giustizia. Il bambino mi guardò proprio in quel momento e, con umiliata aria di sfida, prese ad urlare: “C’est pas rigolo” (non c’è niente da ridere), con una tale potenza vocale ed emotiva che le vene della fronte pulsavano sempre più forte mano a mano che la lingua usciva dalla bocca come per sottolineare il suo malcontento. Con l’insicurezza dell’espatriato di fresco, pieno di sogni di gloria a cui non sa se credere veramente, mi sentii un verme, e quello fu il benvenuto che la città mi diede.

La rete metropolitana di Parigi è un’ inesauribile fonte di attimi di riflessione. Come quando per esempio il mio sguardo di straniero, vagabondando fra i passeggeri, si posa sulle loro scarpe, e il mio volto si accartoccia in un’espressione simile alla berniniana estasi di Santa Teresa, facendo riflettere alle luci del neon il coccodrillo delle mie.

Dalle punte grosse, larghe, quadrate, acuminate, bombate, lise, impolverate, piatte e i tacchi usurati in punti irregolari, lo spreco di gomma e di caucciù per la confezione di suole e tomaie delle scarpe che usano i Francesi è oltraggioso. L’irriverente nonchalanche con la quale feriscono la logica del buon gusto mi fa spesso venir voglia di lasciarmi cullare dallo sconforto. Calze bucate e flagranti smagliature dei collant non corrompono l’incedere di orde di Parigini che entrano ed escono quotidianamente dai vagoni della metropolitana. Se poi si guarda con neanche troppa attenzione al loro abbigliamento, il teorema che segue sorge spontaneo: più che vestirsi, i Francesi si coprono. E la differenza fra i due termini, se nella teoria può sembrare astratta, nella pratica è lampante.

A Parigi circola il mito che gli Italiani abbiano classe. Direi piuttosto che hanno un certo gusto. Il gusto del piacere di sentirsi in ordine, di curare il proprio abbigliamento, la ricerca del dettaglio che può trasformare un look da indistinto a puntuale, l’interesse lungimirante per la qualità, il diletto delle proporzioni vitruviane - questa considerazione non tocca l’ambito dei fashion victims, che formano l’interessante argomento di una diversa analisi.

Al primo accenno di attenzione, nei faubourg gli oulallà cinguettano, gli sguardi si acuiscono, l’attenzione sale, e sei automaticamente arbiter.

Cravatta è sinonimo, o emblema, di eleganza. A Parigi l’eleganza è una divisa. Non vengono percepite le dissonanze, limpide e codificate, fra abito da giorno, da sera, da pomeriggio o da cerimonia. Un abito è un abito. Pragmatici…

Ciò di cui evidentemente non sentono la mancanza è l’attenzione al particolare. È il saper distinguere una scarpa elegante da una scarpa da lavoro, passare da una oxford ad una derby e conoscerne la difformità, preferire un classico mocassino ad una punta in vernice punk. Per fare un esempio le calze da uomo alte fino al ginocchio sono un ulteriore elemento di scontro intellettuale: se in Italia, per definire una persona priva di nerbo si ricorre allo spensierato idioma “mezza calza”, la loro risposta culturale è un gaio “calza lunga”, e i boati di risate non tardano ad arrivare.

La realtà dolorosa è l’eccessivo attacco della democratizzazione della moda: le strade si popolano di vestiti a imitazione non di una marca, ma di un taglio. Esagerate proposte di pantaloni a palazzo simil-Max Mara, giacche simil-Armani e scarpe simil-Gucci a prezzi stracciati piagano senza rammarico e quotidianamente gli occhi. Come per la cravatta, quindi, basso costo è emblema di - astuta - eleganza. Non parlo qui di marche rivoluzionarie come Zara o H&M, che trovo invece stimabili e veri vessilli della gioiosa e giocosa fruizione della moda. Parlo dei tailleur del supermercato che trovano posto, nel sacchetto dell’astuta trend-setter, di fianco ai ravioli in barattolo e ai würstel di pollo. E quando la scaltra avventrice del supermercato si vanta di aver pagato quindici euro il suo tailleur i cui orli iniziano inesorabilmente a disfarsi dopo la prima occhiata, dovrebbe confessarsi, rammendando, di essere stata raggirata. E invece ammortizza.

Un sapiente mélange di stili differenti è preferibile ad un’accozzaglia di H(ermès), C(artier), G(ucci) che talaltro, se abusati, sono violenti: un abito firmato ha lo stesso potere di un gioiello: se è falso si vede, se sono troppi involgariscono.

Il total look - prima linea - è adatto a pochissime persone, preferibilmente vantanti un fisico statuario. Ingolfarsi nel prêt-à-porter, ammettendo pure che possa nutrire una certa alta percezione del sé, si rivela un grosso errore. Il prêt-à-porter essendo la linea bassa delle maison de couture, essendo la fonte del sostentamento economico di cui gli stilisti hanno bisogno per potersi dedicare alla linea alta delle loro creazioni - quella riservata ai veri ricchi - , è paragonabile alla carne meno fresca ma non ancora marcia che il macellaio vende, la sera, ad un prezzo minore.

Ma in Francia l’idea di concludere l’affare della vita fa parte del pensare comune, e il suo popolo è costellato da draghi della spesa intelligente.

Vestirsi non richiede più soldi che buon gusto.