Cugini di campagna
di Miša Capnist
Uno dei miei primi impatti con Parigi, ricordo, è stato in metropolitana. Un bambino pestifero saliva e scendeva dagli strapuntini, facendoli sbattere, si arrampicava, urlava, si graffiava, piangeva. Ricordo quel breve viaggio come un incubo. La madre, imbarazzata, cercava di calmarlo come poteva, senza successo fino quando il bimbo, dalla spalliera dei sedili a scompartimento che reggevano lo strapuntino, si lanciò sullo stesso una frazione di secondo troppo tardi per poterlo trovare abbassato. Il vagone trasse un sospiro di sollievo ed io, guardandolo, non riuscii a trattenere una risata di soddisfatta giustizia. Il bambino mi guardò proprio in quel momento e, con umiliata aria di sfida, prese ad urlare: “C’est pas rigolo” (non c’è niente da ridere), con una tale potenza vocale ed emotiva che le vene della fronte pulsavano sempre più forte mano a mano che la lingua usciva dalla bocca come per sottolineare il suo malcontento. Con l’insicurezza dell’espatriato di fresco, pieno di sogni di gloria a cui non sa se credere veramente, mi sentii un verme, e quello fu il benvenuto che la città mi diede.
La rete metropolitana di Parigi è un’ inesauribile fonte di attimi di riflessione. Come quando per esempio il mio sguardo di straniero, vagabondando fra i passeggeri, si posa sulle loro scarpe, e il mio volto si accartoccia in un’espressione simile alla berniniana estasi di Santa Teresa, facendo riflettere alle luci del neon il coccodrillo delle mie.
Dalle punte grosse, larghe, quadrate, acuminate, bombate, lise, impolverate, piatte e i tacchi usurati in punti irregolari, lo spreco di gomma e di caucciù per la confezione di suole e tomaie delle scarpe che usano i Francesi è oltraggioso. L’irriverente nonchalanche con la quale feriscono la logica del buon gusto mi fa spesso venir voglia di lasciarmi cullare dallo sconforto. Calze bucate e flagranti smagliature dei collant non corrompono l’incedere di orde di Parigini che entrano ed escono quotidianamente dai vagoni della metropolitana. Se poi si guarda con neanche troppa attenzione al loro abbigliamento, il teorema che segue sorge spontaneo: più che vestirsi, i Francesi si coprono. E la differenza fra i due termini, se nella teoria può sembrare astratta, nella pratica è lampante.
A Parigi circola il mito che gli Italiani abbiano classe. Direi piuttosto che hanno un certo gusto. Il gusto del piacere di sentirsi in ordine, di curare il proprio abbigliamento, la ricerca del dettaglio che può trasformare un look da indistinto a puntuale, l’interesse lungimirante per la qualità, il diletto delle proporzioni vitruviane - questa considerazione non tocca l’ambito dei fashion victims, che formano l’interessante argomento di una diversa analisi.
Al primo accenno di attenzione, nei faubourg gli oulallà cinguettano, gli sguardi si acuiscono, l’attenzione sale, e sei automaticamente arbiter.
Cravatta è sinonimo, o emblema, di eleganza. A Parigi l’eleganza è una divisa. Non vengono percepite le dissonanze, limpide e codificate, fra abito da giorno, da sera, da pomeriggio o da cerimonia. Un abito è un abito. Pragmatici…
Ciò di cui evidentemente non sentono la mancanza è l’attenzione al particolare. È il saper distinguere una scarpa elegante da una scarpa da lavoro, passare da una oxford ad una derby e conoscerne la difformità, preferire un classico mocassino ad una punta in vernice punk. Per fare un esempio le calze da uomo alte fino al ginocchio sono un ulteriore elemento di scontro intellettuale: se in Italia, per definire una persona priva di nerbo si ricorre allo spensierato idioma “mezza calza”, la loro risposta culturale è un gaio “calza lunga”, e i boati di risate non tardano ad arrivare.
La realtà dolorosa è l’eccessivo attacco della democratizzazione della moda: le strade si popolano di vestiti a imitazione non di una marca, ma di un taglio. Esagerate proposte di pantaloni a palazzo simil-Max Mara, giacche simil-Armani e scarpe simil-Gucci a prezzi stracciati piagano senza rammarico e quotidianamente gli occhi. Come per la cravatta, quindi, basso costo è emblema di - astuta - eleganza. Non parlo qui di marche rivoluzionarie come Zara o H&M, che trovo invece stimabili e veri vessilli della gioiosa e giocosa fruizione della moda. Parlo dei tailleur del supermercato che trovano posto, nel sacchetto dell’astuta trend-setter, di fianco ai ravioli in barattolo e ai würstel di pollo. E quando la scaltra avventrice del supermercato si vanta di aver pagato quindici euro il suo tailleur i cui orli iniziano inesorabilmente a disfarsi dopo la prima occhiata, dovrebbe confessarsi, rammendando, di essere stata raggirata. E invece ammortizza.
Un sapiente mélange di stili differenti è preferibile ad un’accozzaglia di H(ermès), C(artier), G(ucci) che talaltro, se abusati, sono violenti: un abito firmato ha lo stesso potere di un gioiello: se è falso si vede, se sono troppi involgariscono.
Il total look - prima linea - è adatto a pochissime persone, preferibilmente vantanti un fisico statuario. Ingolfarsi nel prêt-à-porter, ammettendo pure che possa nutrire una certa alta percezione del sé, si rivela un grosso errore. Il prêt-à-porter essendo la linea bassa delle maison de couture, essendo la fonte del sostentamento economico di cui gli stilisti hanno bisogno per potersi dedicare alla linea alta delle loro creazioni - quella riservata ai veri ricchi - , è paragonabile alla carne meno fresca ma non ancora marcia che il macellaio vende, la sera, ad un prezzo minore.
Ma in Francia l’idea di concludere l’affare della vita fa parte del pensare comune, e il suo popolo è costellato da draghi della spesa intelligente.
Vestirsi non richiede più soldi che buon gusto.
Miša Capnist @ March 10, 2008

Che maestria!Abbiamo solo da imparare.
complimenti per lo stile perfetto nella scrittura. peccato solo per quella “s” galeotta dopo victim. perfezionisti…
La massa è massa, mortificata, mortficante, ma lusingata a migliorare. Quanti passi falsi in questo tentativo! E se l’Autore salisse dal tube in superficie, alla luce del sole? Non potrebbe trovare signore con cappello a falda larga, cloche o turbante? E ai piedi ballerine, chanel, francesine o polacchine? scomparso l’orrendo caucciù?
Infine, io non mi sento così severo con le donne francesi. Dell’uomo non so. La penso come quelle perle di saggezza che sono i proverbi. Intendo quello “automobili tedesche, donne francesi”
Bravo! Baldassar Castiglione III° millennio
sei ufficialmente l’arbiter elegantiarum per eccellenza…
intelligente e ironico fin dal titolo(genial!)….che saudagi di Paris…grazie per i tuoi articoli
grazie per i tuoi articoli sempre freschi e precisi…
Complimenti per l’occhio, che so, hai sempre avuto…. Quando ti leggo, mi sembra sempre di “vedere” ciò che vedi tu, raccontando nei minimi particolari il tuo gusto nel vestirsi, in questo caso. Grazie… mi fai vedere una parte di Parigi che non ho conosciuto, perchè troppo piccola per accorgermene quando l’ho vista.
Bravo, complimenti! l’articolo mi è stato segnalato da una collega “interessata”: l’ho letto con piacere. A proposito di scarpe, mi compiaccio per le tue scarpe di coccodrillo… non è da tutti…
Questo articolista ha un talento innato!
Ed ancora una volta ti leggo e..chapeau!
D’altro canto non si può pretendere più di tanto .. da una provincia romana , popolata da una tribù gallica e che parla un dialetto italiano…
Mi trovavo in Borgogna nel mese di maggio, sole cavalli,castelli.
meraviglia.Un gruppo di amici parigini della ragazza che mi ospitava ci raggiunge a bordo di una renaut dall’aria appositamente scassata.Venuti a conoscenza della mia nazionalità italiana non appena mi sono presentata esordiscono con un :
’sei italiano,dunque parli solo l italiano!’ a cui rispondo…
‘no,parlo anche un pò di francese…’ (una buona fetta della mia famiglia è francese,un altra belga..n.b.)
più tardi,dopo aver mantenuto una’maschera’unicamente italiana
penso di ristabilire un pochino le gerarchie telefonando a un amico a Berlino, conversando amabilmente in tedesco.
Attoniti sguardi di sorpresa mi circondavano… ‘ma allora..sai il tedesco!’ ’si! capita…’ rispondo. ‘Ma gli italiani non sanno le lingue’ continuavano…. ‘a volte si…’ di nuovo io!
finito la contesa sulle lingue,arrivata l’ora della cena, appena seduti,inizia il dibattito più ‘importante’, quello culturale italo.francese.
A dare il via alla non desiderata(da parte mia) singolar tenzone è il mio vicino di posto che mi domanda a voce alta davanti a una tavola composta da 15 francesi e il sottoscritto rappresentante delle italiane glorie:’ Gucci(pronunciare Guicciardo è per loro troppo complicato)cosa pensi della Francia e soprattutto dei francesi ?’
Cosa dico…’ non ho problemi con voi, con i francesi in generale, con i parigini nemmeno, perchè conosco la vostra mentalità. Peccato che la maggior parte degli italiani vi trovi insopportabili. Certo se continuate a prendere in giro ogni italiano e a parlare velocemente non appena sentite un accento straniero … non potete risultare simpatici. Penso che se gli italiani facessero la stessa cosa con voi, non ne sareste molto felici e lo trovereste ben poco gentile…ma finchè non provate nemmeno a parlare la nostra lingua quando venite a Roma…’
Silenzio in aula
Al che seguono affermazioni sulla bellezza della Francia della superiorità del loro cibo etc fino ai paragoni storici… ’si si voi vi credete meglio perchè avete avuto il rinascimento…’
La mia risposta: ‘LA VEDI LA FORCHETTA CON LA QUALE PORTI IL CIBO ALLA BOCCA? è STATA PORTATA IN FRANCIA DA CATERINA Dè MEDICI,FIORENTINA. LA SENTI LA SEDIA SULLA LA QUALE SEI SEDUTO?è STATA INVENTATA A PALAZZO STROZZI. DI SEDIE,PRIMA,SE NE VEDEVANO POCHE,SOPRATTUTTO IN FRANCIA ‘
Discussione finita!
E qui è iniziata la parte più bella , ho iniziato a fare amicizia con questi ragazzi che alla fine si sono rivelati molto carini e che vedo quando vado a Parigi.Evidentemente il rispetto è dovuto quando si espongono le cose in modo… diretto!
ho potuto infine rivelare che ho una cinquantina di cugini a Parigi,
cosa che se avessi fatto subito, non appena conosciuti,mi sarei forse evitato una faticosa ma divertente contesa.
semplicemente génial-issime. A quando il prossimo articolo?