A modest proposal
di Lorenzo Kihlgren
Lo sanno tutti in Italia, ma solo chi abita a Roma può rendersene pienamente conto: la politica italiana è un sistema pressoché infallibile per far soldi ed aver potere. L’interesse del cittadini, quello viene dopo. Una vergogna, ma perché le cose non cambiano? Anche su questo punto, vivere a Roma aiuta parecchio: mentre la maggior parte degli Italiani si lamenta ma, fondamentalmente, preferisce badare al suo orticello di volteriana memoria, una parte della gioventù italiana permette al sistema di continuare ad esistere, rinunciando senza troppa difficoltà alla libertà di pensiero per seguire, come una falena, i lumini di una via facile e piena di privilegi .

Per chi si chiede di chi sto parlando, il mio invito è quello di fare un giro alla Luiss di Roma, l’università che frequento, e ascoltare i discorsi di quella parte di studenti che si vanta, purtroppo non a torto, di essere la futura classe dirigente italiana. I discorsi assumono spesso toni tragicomici, quando quei giovani ricchi - o, meglio, poverissimi stando alla dichiarazione dei redditi dei loro genitori, cosa di cui vanno fieri - iniziano a tessere le lodi degli elementi peggiori della politica italiana, prendendo a modello essenzialmente i politici più furbi, più scaltri e più disposti a utilizzare la politica a scopi personali.
Non si tratta purtroppo di un problema limitato ad una parte dei miei colleghi di università: il briccone politico alla maggioranza degli Italiani in fondo piace. Perché sono tutti pronti a biasimare il politico che ruba troppo - vedi Craxi - ma farlo “un po’”, magari con discrezione, in fondo per l’Italiano è dimostrazione che non è del tutto un cretino. E non lo è affatto quando gli offre una fetta della sua torta (rubata).
Un sistema con fondamenta solide quanto quelle dei monumenti romani, e destinato probabilmente a durare ancora parecchio, ovvero fino a quando gli Italiani non si alzeranno in piedi per dire che ne hanno abbastanza. Eppure un metodo per porre fine almeno agli aspetti più evidenti dello svilimento della politica italiana ci sarebbe. E non è certo una idea nuova, visto che rimonta alla polis di Atene: dare ai politici e ai vari funzionari pubblici un salario molto più basso, al massimo in linea con quello medio italiano. Poi, ovviamente, tutte le spese pagate, dall’appartamento all’auto, perché è giusto che chi esercita questo lavoro così nobile lo possa fare al meglio. E che non lo faccia per il proprio portafoglio.
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Riporto qui il commento di Roberto Giannella, mio caro amico e collega di università: parole che dimostrano che anche alla Luiss ci sono studenti ‘ostinati’ a usare la propria testa. Le conclusioni che Roberto trae dal paragone tra Italia ed altri Paesi europei sono molto amare, ma le reputo in gran parte condivisibili, ad eccezione forse della citazione finale: cerco ostinatamente di restare ottimista almeno su questo punto.
Il tuo articolo, caro Lorenzo, coglie il problema principale del nostro Paese, ovvero la sua classe dirigente.
Voglio essere chiaro su questo punto.
Ogni Paese ha la classe dirigente che si merita: i nostri rappresentanti in Parlamento altro non sono che lo specchio della società di cui tutti noi facciamo parte: ci sono persone oneste (poche), persone che si prodigano per servire la Nazione, (pochissime), persone che pensano ai loro affari (molte), persone che “rubano”, nel senso più lato del termine (moltissime).
Tra meno di un mese andremo a votare. I protagonisti di questa ormai infuocata campagna elettorale sono da una parte l’ex sindaco di Roma, alla guida del Partito Democratico, dopo aver lasciato il Campidoglio, e dall’altra l’ex Premier Berlusconi, alla guida del Partito della Libertà.
Il primo è in politica da oltre trent’anni ed ha amministrato Roma per gli ultimi sette.
Non do giudizi sul suo operato di sindaco: vi invito a venire a Roma a vedere di persona in che stato versano le strade della Capitale, come sono organizzati e gestiti la viabilità ed il traffico e qual è il livello di degrado del centro e delle periferie. Dopodichè sono certo che la mia opinione sarà uguale alla vostra.
Sul secondo c’è poco da dire: è in politica da 14 anni. La XIV Legislatura è stata contraddistinta da provvedimenti ad personam, per favorire il premier stesso e molti dei suoi amici. Chi ha il coraggio (e la faccia tosta) di negare l’evidenza, si guardi allo specchio e si vergogni. Perchè questo pensano - a ragione - gli Italiani che sono all’estero di chi mandiamo al governo ed in Parlamento.
Sfortunatamente, tra i tanti difetti degli Italiani, c’è quello di accontentarsi inesorabilmente all’ineluttabile, come a dire - “questa è la classe politica cha abbiamo; dunque questa ci teniamo”.
Io contesto proprio questo. Io credo sia fondamentale sapere non solo ciò che i nostri politici hanno in testa ma anche quel che hanno in tasca, come diceva Corrado Alvaro.
Penso di non rimanere in Italia per il resto della mia vita; a malincuore perchè amo questo Paese.
Eppure, non accetto che ciò che all’estero viene considerato normale, in Italia sia ragione di lotte fratricide, tra fascisti e comunisti (Ancora! Dopo 60 anni!), o peggio ancora - tra guelfi e ghibellini (leggasi, cattolici e laici) o sia pretesto per gettar fango sul quello che dovrebbe essere un avversario da contrastare ed invece diventa un nemico da eliminare.
Io mi chiedo perchè la Svezia e la Norvegia - ad esempio - che sono due paesi europei - come l’Italia - hanno il diritto di avere una classe dirigente seria ed affidabile, e noi no? Perchè, ad esempio, la sanità, l’istruzione, la viabilità nei paesi scandinavi sono gestite nel più efficiente dei modi e vengono garantiti servizi impeccabili ai cittadini - e da noi no?
Potrei continuare, ma penso sia sufficiente per dire che non è un problema di popolazione. Certo, Svezia e Norvegia assieme arrivano a stento a 13 milioni di abitanti, noi siamo quasi 60 milioni.
Certo, loro pagano quasi il 50% di tasse per un efficient welfare state, ma anche in Italia la pressione fiscale non è molto più bassa. (Si attesta oggi attorno al 44%)
No. Non è questo il punto.
La verità è che in altri paesi c’è senso dello stato, in Italia no; c’è il senso della legalità, in Italia, ormai si è perso; c’è il senso di appartenenza ad una Nazione, mentre in Italia molti non sanno nemmeno l’Inno di Mameli (e non mi riferisco solo ai calciatori); c’è il senso delle istituzioni, che in Italia risulta fra i “non pervenuti”. C’è il senso della trasparenza, che in Italia non si sa nemmeno cosa sia.
Ahimè, non si risolvono i problemi se prima non si cambia la mentalità di chi quei problemi li ha. (Si pensi alla Tav o all’annosa questione dei rifiuti in Campania)
Ahimè, non è qualunquismo o antipolitica, è un’amara costatazione: in Italia, si pensa a protestare e a lamentarsi. Intanto anche Spagna e Grecia crescono.
Concluderei dicendo che capisco - a malincuore - perchè Giolitti già molti anni fa ebbe a dire: “Governare gli Italiani non è impossibile, è inutile.”
Lorenzo Kihlgren @ March 14, 2008

In Italia l’onestà è un valore da riscoprire, o da scoprire per la prima volta tout court.
Purtroppo vale sempre la regola onesto = fesso.
“Still it is an old story: don’t shoot the pianist, he’s doing his best”…
Condivido pienamente con te, Lorenzo. L’Italia è il paese in Europa, se non erro, in cui gli stipendi della classe politica sono i più alti… e di molto. Non solo, persino il barbiere del Senato guadagna l’inverosimile (più di 133mila euro annui… e comunque… perché i nostri senatori e deputati hanno bisogno di un barbiere interno? La loro automobile di servizio non li può portare da un altro barbiere? che viziati!).
Articolo interessante comparso sull’Espresso tempo fa: Eldorado in parlamento
Tema interessante e difficile.
Se esistesse un solo politico onesto, uno che davvero fosse vicino alla classe operaia (che ormai è la classe media) si darebbe uno stipendio di 3 mila euro (il doppio buono del suddetto operaio), ma è una considerazione scontata.
La cosa che fa più rabbrividire è sentire i nostri coetanei benestanti così entusiasti all’idea di una strada non solo spianata, ma anche in discesa. E’ una vergogna, una schifezza e soprattutto un atto di egoismo ai limiti dell’accettabile che si svolge all’interno delle mura dorate dell’università dei futuri ricconi italiani.
Grazie a dio l’Italia si compone di tutta un’altra serie di persone, tra cui ho la presunzione di annoverarmi, che sudano nelle università pubbliche, arrabattandosi tra studio e lavoro e così vanno avanti perchè anche questa è normalità. Purtroppo poi si fanno i conti con la realtà e ci si rende conto che il posto di lavoro che tanto avremmo sognato - e che forse ci saremmo meritati- è già assegnato al Figlio Di.
Cosa fare? Lavorare l’estate, mettere via qualche euro, comprare un biglietto ed espatriare.
La fuga di cervelli e di forza lavoro è la triste realtà di uno Stato che non sa più essere Patria.
Rivoluzione? quella l’hanno fatta i Francesi..a noi, come sempre, restano la pizza, il mandolino e la monnezza.
Interessante spunto di riflessione, su di un tema, che, purtroppo, ha consumato infinite quantità d’inchiostro senza portare a nulla.
Il pessimismo è d’obbligo, e si associa al disprezzo, tanto per gli “eletti” che per gli stolti elettori.
La provocazione sullo stipendio dei “deputati” (da chi? a far cosa?..), sarebbe meravigliosamente accolta dalla totalità (o quasi) della popolazione di questa “espressione geografica” che è l’Italia di oggi; facendo mie le riflessioni espresse nei commenti sull’italianità dei nostri conterranei, appare arduo individuare un senso della Nazione -parlare di Patria sarebbe addirittura fantasioso- degno della Storia che dovremmo onorare, con il nostro presente, nei confronti del Mondo intero.
Fatta questa premessa, ed evitando le solite chiacchiere da bar, su cui pur si basa l’economia di alcune regioni italiane (chi avesse visto “Nati Stanchi” di Ficarra e Picone, potrebbe ben comprendere ed apprezzare il senso della citazione..), seguendo l’idea del Tamarindo, mi / vi invito a trovare delle soluzioni, ma tenendo bene a mente quattro delle ultime vicende politico/scandalistiche italiane:
A: Inchiesta Why Not: colpito il governo Prodi, i suoi protetti e le amministrazioni regionali (vedi Mastella, Loiero & c.). Il giudice de Magistris ha fin dall’inizio vita dura, ha osato mettersi addirittura contro il suo ministro: l’opinione pubblica è indignata, si grida allo scandalo, ci si strappano vesti in nome della giustizia e contro gli abusi del potere.
Il risultato? de Magistris è stato rimosso dall’incarico, annichilito e trasferito, Mastella, dopo aver fatto crollare il governo fantoccio è stato prosciolto dalle accuse, l’inchiesta sarà presto insabbiata del tutto.
1 a 0 per loro.
B: Gianantonio Stella scrive “La Casta” denunciando il sistema ed i suoi abusi: un coro di indignazione pervade l’Italia, gli indigeni del Transatlantico non se ne danno pensiero: anzi è un ottimo spunto “noi non siamo nella casta” per le nuove chiacchiere elettorali.
2 a 0 per loro.
C: Scalate bancarie: il giudice Clementina Forleo intercetta D’Alema, Fassino & c. , chiede di poter utilizzare le intercettazioni di codesti “immuni signori”, aventi parte nei fatti. Risultato: autorizzazioni negate, gli indagati che ne escono candidamente, la giudice, dopo un lungo linciaggio mediatico e politico, è ora indagata al CSM.
3 a 0 per loro.
4: L’immondizia di Napoli: il problema c’è da 15 anni, Bassolino c’era già allora, ed hanno continuato a rieleggerlo; non si è dimesso, e sono sicuro che troverà ancora un buon posto alle prossime assunzioni del 14 aprile.
Autogol, e ancora 4 a 0 per loro.
Soluzioni possibili:
A)Vi state chiedendo se su queste basi sia possibile trovare delle soluzioni pacifiche e abbracciate l’idea del colpo di stato? Sarebbe inutile, e comunque le varie sigle spionistiche, civili e militari, nazionali ed estere, sono già sulle vostre tracce.
B) Siete incredibilmente fiduciosi nella bontà del sistema democratico, sognate Stoccolma o l’antica Atene (ed i numeri fanno comunque la differenza)? Vi lanciate in un’utopistica avventura politica in cui, puri e sicuri dei vostri ideali non raggiungerete un bel nulla.
C) Vi fate appoggiare da qualcuno nell’avventuira politica dui cui sopra per raggiungere visibilità e qualche risultato? Benvenuti nel sistema!
D) Pensate di riprogrammare le menti del 95% degli italiani e dar loro un senso dell’etica, della morale, dello stato. Altrettanto utopistico che il punto B.
E) Era meglio quando si stava peggio/maledetto Garibaldi!!
F) Espatriare.
Fuor dello scherzo, è la mentalità che va cambiata, ma è impossibile cambiare il sistema seguendo le sue regole; sarebbe possibile infrangerle, ma non porterebbe a niente, e francamente, visti chi sono i miei conterranei non ne varrebbe neppure la pena.
Non mi vergogno di essere italiano, mi vergogno di chi vive in Italia. Ahi serva Italia, di dolore ostello, non donna di province, ma bordello! (Alighieri).
Caro M.A.,
grazie per gli interessanti spunti di riflessione. Dalla tua stessa amarezza e delusione di fronte allo svilimento dei più basilari valori della democrazia rappresentativa traggo tuttavia conclusioni differenti. Accetto di buon cuore di ricadere nella schiera di coloro che, nei secoli, sono stati tacciati di utopismo: apparterrei così a quel gruppo di persone che si dedicarono con passione a un ideale superiore. Ovviamente sulla bontà dell’ideale, chi impugna la penna non può certo aver voce in capitolo, come non può sapere se verrà ascoltato o meno. In fondo la differenza tra l’utopista e il precursore è solo una: a secondo hanno dato ragione.
Io mi chiedo solo:cosa possiamo fare CONCRETAMENTE? Il senso di sconforto che si prova rendendosi conto della propria impotenza, è quello che ormai pervade gli Italiani, è ciò che spinge le mamme napoletane a far fare lo slalom tra i rifiuti ai bambini per andare a scuola (meglio monnezza e scuola o monnezza e non scuola? dato che non monnezza e scuola appare utopia). Essere costretti a votare quello che ci sembra “il meno peggio” è comunque inaccettabile, eppure come agire? Va bene cambiare la mentalità, ma non si può fare entro il 13 aprile, converrete con me. Io non ho proprio idea di come potremo andare avanti, non so davvero a cosa appigliarmi se non ai miei personali ideali. La realtà davvero non aiuta a guardare al futuro, non dico con gioia, ma almeno senza angoscia.
Cara Anna,
io mi porrei quest’altra domanda: cosa c’è nelle altre democrazie perché le vergogne che qui accadono tutti i giorni, là vengano evitate o, per lo meno, contenute?
A mio avviso perché una democrazia “matura” come l’Inghilterra comporta un legame ininterotto tra i politici e i cittadini. In Italia questo legame non c’è in realtà mai stato. Ritengo che il disinteresse degli Italiani sia in fondo un’eredità del secolare monopolio del potere politico da parte delle Potenze straniere. Dopo l’unità, il coinvolgimento delle classi colte nei confronti della politica è andato scemando ancora di più - esperienze come quelle del Caffé milanese non si ripeteranno più - fino al definitivo passaggio della politica nella mano della casta, fascista prima, filoamericana poi, filodenaro oggi. Ti domandi cosa fare. Io ti propongo di continuare a scrivere, e cercare di spingere le persone che ti circondano a riflettere con la propria testa sui temi politici. Abbiamo tutti sotto gli occhi quello che succede se la politica coincide con il partitismo.
E pensare che basterebbe leggere l’articolo numero uno della nostra costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Geniale e triste Gene Gnocchi quando dice: l’Italia è una repubblica affondata sul lavoro.
Cari ragazzi, ho letto con attenzione le vostre valutazioni, alcune delle quali molto interessanti..devo dire che però sono radicalmente in disaccordo con la maggior parte di esse. Questo accanimento verso la classe politica, che per carità avrà anche mille difetti, ricorda in maniera inquietante periodi terribili della nostra storia..
Non voglio certo difendere i privilegi della classe politica, ma mi sembra che il punto non sia, o non debba essere, i politici sono buoni- i politici sono cattivi.
Partendo da ciò che diceva Lorenzo, credo che al di la dell’ovvio fatto che sia meglio avere politici onesti che disonesti, quello che è realmente preoccupante è il corto circuito nel rapporto elettori-eletti che si è creato. Mi spiego meglio: ho l’impressione che da noi si sia fortemente attenuata (o non ci sia mai stata..?) quella sorta di relazione elettorato-eletti che permette ai cittadini di controllare l’operato di chi li rappresenta, di “punire” chi si è comportato male, “premiare” chi si è comportato bene.
Qualcuno ha citato la Francia (sicuramente c’è qui chi conosc quel paese e la sua storia meglio di me e potrà correggermi o spiegare meglio..) ,beh come non ricordare i diversi problemi giudiziare della Cricca-Chirac e di quella generazione di politici francesi..allora dove sta la differenza?
a mio modo di vedere la differenza sta nel fatto che quella gente, forse quella generazione, è stata “eliminata” dalla scena politica francese grazie soprattutto al ricambio elettorale (più che ad inchieste/maxi processi etc.).
Non credo che ridurre lo stipendio dei parlamentari sia la soluzione ai nostri problemi, ma credo sia un buon modo di rispondere ad un senso diffuso di ingiustizia che si avverte in Italia (ed è gia qualcosa).
Per quanto riguarda giudici-vicenda Forleo-DeMagistris etc., tento di non dilungarmi per non fare venire il sonno a chi provasse a leggere:
Beh in una democrazia matura ai giudici non spetta il ruolo di tribuni, di difensori della morale comune.
Il mestiere dei giudici e quello di mettere in galera chi commette reati, non di decidere chi non va bene e va quindi esposto al pubblico linciaggio..questo a prescindere dai singoli casi citati, su alcuni dei quali comunque ci sarebbe molto da dire..
Anche io come Francesco.
Innanzitutto non credo che il problema sia lo “stipendio” dei politici. Sicuramente alto, forse eccessivamente alto, ma causa di alcunché.
A ben vedere la natura del “privilegio distorto” non è data dal potere economico esercitabile dal parlamentare, i cui stipendi non sono minimamente paragonabili a posizioni dirigenziali nel settore privato (che detiene una effettiva influenza in virtù del potere finanziario). Il vero “surplus” della professione di politico sta in quella influenza, in quella rete di conoscenze e opportunità non altrimenti ottenibili: il potere Politico (in sé senza alcuna accezione negativa). Il potere del parlamentare (come funzione, non persona) non è quindi un male in sé, anzi, in astratto è lo strumento del suo lavoro.
In questa ottica il discorso sugli stipendi perde rilevanza, e non diventa una questione centrale nella riforma del sistema politico, ma una questione che attiene a valutazioni di opportunità ed equità sociale a seconda della situazione del Paese. Da questo punto di vista posso benissimo essere d’accordo sulla diminuzione dello stipendio e, in particolare, sulla abolizione di incredibili privilegi che persistono anche alla fine del mandato.
Non credo però che l’onestà sia inversamente proporzionale allo stipendio, tanto più che, in una situazione normale lo stipendio alto (non altissimo) è un fattore virtuoso: piaccia o no il parlamentare non può guadagnare 3000 euro al mese, perché non potrebbe lavorare, vivere a Roma, onorare il suo ruolo, specie se non è “figlio di” e non ha ingenti risorse personali. Lo stipendio alto diventa così un fattore di giustizia sostanziale importantissimo all’accesso alla carriera politica (e la strutturazione dello stipendio, come si evince dalla quota rimborsi che arriva ai 2/3 del totale, sembra confermarne la ratio), importante stimolatore di terzietà (non indurrebbe alla corruzione…) e fautore di una uguaglianza che, sebbene utopica, può comunque essere incoraggiata.
Lo ammetto, tutto ciò in linea teorica. La realtà è evidentemente altra cosa, ne sono consapevole, ed è per questo che penso che è proprio a questa realtà, complessa e “indecifrabile” bisogna rivolgersi, senza scadere in proposte dal sapore elettorale/antipolitico che impoveriscono il dibattito, mirando alla semplificazione dei concetti e/o alla raccolta di un facile consenso (o di un facilissimo ed italianissimo scoramento). È proprio la banalizazione delle problematiche che alimenta le perversioni del sistema, che fomenta il qualunquismo e la disillusione.
Il dibattito dovrebbe svilupparsi su altre direttive. A tal proposito, penso che, per avvicinarsi al punto focale, sia necessaria una seria presa di coscienza personale riguardo al nostro ruolo di cittadini.
È questa la soluzione più concreta. Cercherò di spiegarmi.
Oggi, in piena crisi di rigetto del sistema politico, il dibattito assume una sfumatura populistica tradizionale e connnaturata alla storia italiana. Il tanto son tutti ugugali equivale mutatis mutandis al Franza o Spagna. Ma l’errore più grande, ed il limite insormontabile intrinseco a questa visione, è il rapportarsi alla classe politica come ad un qualcosa di terzo, di lontano e di imposto. Purtroppo non è così. NOI li abbiamo scelti, NOI li abbiamo creati, NOI li facciamo prosperare ogni giorno di più, mostri figli del torpore e del qualunquismo. Prima di tutto, io mi sento in colpa per come vanno le cose, indignarsi è ormai troppo poco e troppo facile. Mi sento in colpa, seppur giovane, per non aver fatto tutto il possibile, per non essermi impegnato abbastanza, per non aver fatto caso a piccole cose, per aver lasciato prosperare nel piccolo (ad esempio all’Università) quei mostri in potenza ben descritti da Anna, per aver votato senza convinzione e senza cognizione, per non essermi voluto esporre, per aver avuto paura o anche solo per non averne avuto la forza.
Qualche decennio fa, un cantautore ci ricordava “per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”. Credo che nessuno, neanche il più disilluso M.A. possa sentirsi davvero assolto. Per questo non si può scappare, neanche volendolo, come testimoniano i racconti sui viaggi del Tamarindo (ed il Tamarindo stesso). Che ci rimane? L’Utopia di Lorenzo, simboleggiata proprio da questo sito. E la voglia di cambiare le cose, comiciando proprio dal nostro piccolo. Un dibattito acceso e corretto, una morale ferrea, uno sconsiderato ottimismo, e la nostra capacità di ragionare. Ogni giorno.
Concretamente? Impegno, secondo le proprie indoli. Chi alla penna, chi all’oratoria, chi sul lavoro.
È la nostra generazione che ha in mano il Paese, le altre sono fallite, o sono state inglobate. Dimostriamo di esser meglio di Loro. Oggi sul Tamarindo. Domani nella cabina elettorale.
Cari amici, i vostri commenti mi riempiono di gioia e mi spingono a moltiplicare gli sforzi per il nostro giornale. Cari Francesco e AAA, sono perfettamente d’accordo con voi: lo stipendio non è che una goccia nel mare dei problemi ben più gravi della politica italiana. Ma non temete: il Tamarindo non vuole diventare L’Uomo Qualunque né il blog di Beppe Grillo. Faremo il possibile per ospitare non solo severe staffilate all’Italia, ma anche le riflessioni argomentate di chi conserva la sua fiducia nel valore della politica, dell’economia e della cultura in senso lato in quanto mezzi in grado di migliorare la difficile situazione del nostro Paese. Perché a mio avviso la politica mantiene, malgrado tutto, la sua sacralità di strumento attraverso il quale noi tutti scegliamo le fondamenta su cui costruire il nostro futuro. Caro AAA, hai detto bene: davanti a questo compito, non si può e non si deve scappare. Consideriamolo invece uno spunto di riflessione, per noi stessi ed i nostri amici. E qualora ci sentissimo troppo soli e incompresi, potremo sempre trovare riparo e compagnia sotto le fronde del nostro albero preferito.
Caro AAA, mi trovi d’accordo su tutta la linea.
Pensavo fosse scontato che scrivendo qui, anche io mi ritengo un’idealista. La cosa che mi scoraggia fortemente è che qui nessuno pare rendersi conto che, a Roma, gente che tira avanti con tremila euro pensa anche di cavarsela non troppo male!
Dobbiamo reagire, non dobbiamo arrenderci alla triste realtà, a mutare non deve essere “celum, sed animum”: sono tutti punti su cui i nostri pareri confluiscono. Eppure cosa fare nella cabina elettorale? Sono convinta che ormai la maggior parte dei tanto bistrattati Italiani sia arrivata a votare per tentativi.
Quando vinse Berlusconi, giù tutti a dirne peste e corna (ma se non erro un buon 50% degli elettori lo aveva pur scelto). Fu la volta di Prodi e giù tutti con la solita storia di “era meglio quando era peggio”.
Mi espongo:mi hanno proposto un anno fa una candidatura nel paesello come consigliere comunale e non me la sono sentita. E non perchè mi scocciasse espormi, anzi, ma perchè non mi sentivo all’altezza, preparata, adatta.
Allo stesso modo mi sembrano impreparati e inadatti quelli che espongono il faccione sul cartellone elettorale. E allora finirò per fare l’ennesimo tentativo anche io: quello delle leggi ad personam o quello che non ha retto nell’ultimo governo?
Ci rendiamo conto che la scelta è assurda e inconcepibile?
Un politico che si riduce lo stipendio non sarebbe forse più onesto (la morale del povero e buono è insopportabile), ma almeno a molti sembrerebbe di trovare un appiglio, una figura che davvero vuole avvicinarsi alla rappresentazione di diversi milioni di cittadini. E poi l’ho letto più volte: chi fa di più deve avere di più, è una logica incrollabile. Proprio secondo questa l’elettorato italiano deve aspettarsi come minimo un cospicuo risarcimento.
Queste constatazioni, sia chiaro, escono dalla mia tastiera lasciandomi con la morte patriottica nel cuore, perchè cresciuta in una famiglia che dell’italianità ha sempre fatto un vanto, quell’italianità che significa arte, sorriso e -sì- anche buona cucina.
L’unico augurio e incoraggiamento che mi sento di dare è: cerchiamo di non darci troppo forte la zappa sui piedi.