Parigi è divina.

E spudorata.

In questi ormai non più primi giorni di primavera, Parigi rifiorisce come un campo di gigli e narcisi. E il suo profumo a tratti stucchevole, quasi quello dei tigli dei giardini di palazzo reale, sovrasta i fumi dello smog e quelli del malumore.

Parigi è ininterrottamente la città dell’Amore, ma in particolare quando ai primi giorni di sole e di temperature tiepide, tutta la città si riversa sulle strade e nei giardini con la prontezza sensuale e lascivia tipica delle popolazioni nordiche e delle lucertole, allora diventa carnale e i suoi abitanti con lei. Vivere Parigi nei primi giorni di primavera è un’esperienza peccaminosa.

I colori sbocciano, le gemme appollaiate sui rami degli alberi sembrano pappagalli, giacinti fallici olezzano turgidi, i narcisi si aprono rugiadosi, i gigli - impuniti - si scatenano nel loro tourbillon di pollini e profumi, le biciclette sfrecciano per i boulevard; nelle ore più calde si passeggia all’ombra degli ippocastani che accompagnano per chilometri il cours la Reine, da place de la Concorde al Bois de Boulogne. Iniziano le gite ai giardini di Bagatelle, nel cuore del bois che, non parchi di cigni, pavoni e anatre che si sollazzano nei laghetti, di freschi papiri che frusciano, di gatti miagolanti, trasportano l’amante nel pieno turbinio di colori e sensualità della belle époque.

I più coraggiosi si portano il pic-nic, aspettando la fioritura e il concorso delle rose a maggio. E per il momento si godono le camelie e la giunchiglia.

Le brasserie hanno da un po’ iniziato a espandersi sui marciapiedi, ma solo negli ultimi giorni gli abitanti della città si attardano per un caffè o una birra. Le vie pedonali sono intasate di tavolini e di persone che ridono e scherzano, e con il sole arrivano spensieratezza e curiosità che nell’inverno erano andate in letargo. Maschi sudati e appena abbronzati corrono per le strade seminudi, fieri delle loro fatiche, lusingati dagli sguardi ammiccanti di uomini e donne; dopo il calar del sole, sotto gli alberi degli Champs de Mars e des Invalides, allegri e avvinazzati signori attempati giocano a bocce, ridendo contenti.

E il cielo limpido, alto, tagliato di tanto in tanto da qualche aereo lontanissimo ricorda, con le dovute accortezze, i panorami di Courbet. La città scintilla con i suoi marmi chiari e le sue finestre. Tutto l’oro che d’inverno si gode negli stucchi e nelle decorazioni all’interno dei palazzi, ora è riflesso dalla parte opposta, e tutti se ne possono fare regalo.

Il sole sottolinea le differenze etniche di Parigi: tutti ci si catapulta nelle strade, nei parchi, nelle terrasse dei café, la città esplode come la primavera. Austeri esemplari di donna eritrea, alti, i capelli raccolti nei loro foulard e i grossi orecchini di metallo; non rare matrone ghanesi seguite da orde di figlioli allegri coi capelli ricci ricci e occhi risplendenti di luce. Uomini marocchini agli angoli delle strade fumano incessantemente allorché operosi cinesi scaricano le loro auto traboccanti di magliette e vestitini; serafici indiani si attardano fuori dei loro ristoranti per bersi un thé. Italiani col caffè, turchi in babbucce di montone, sdentati e contenti; codazzi di giovani madri esotiche e colorate di tessuti sgargianti sgranocchiano semenze, chiamando le amiche con i loro toni rochi e gravi a cui si intrecciano risate allegre, acute e cristalline. I bambini corrono dappertutto e, per una volta almeno, in sintonia con chi mi circonda, mi fanno quasi tenerezza.

I mercati sono ormai infrequentabili tante le persone che vengono a vedere, a toccare, a gridare. Il passaggio è quasi impossibile adesso, mentre era agibile in inverno. I vasi di piante crescono di numero, la frutta cambia, iniziano a comparire le prime ciliegie, mentre i mandarini cedono il passo alle fragole.

Le ostriche ormai da un po’ scarseggiano, ma granchi, aragoste e lumache si sperdono, vivi e inebetiti sui banchi pieni di ghiaccio, accanto a mazzancolle, tonni, code di rospo, e coquille Saint-Jacques.

Sono questi i giorni in cui ci si sente innamorati. E per le strade si incrociano occhi mai visti in vita: occhi in cui per una frazione di secondo ci si perde, incantati, in mille storie diverse, in bar fumosi in cui uno pseudo-filosofo dispensa perle di saggezza in cambio di una fetta di torta o di un Ricard, in realtà d’immigrazione, di fame, di paradiso ritrovato, d’amore, di scontri con vissuti d’indipendenza, di storie familiari, di ricordi: arabeschi di sorrisi solo perché c’è il sole. Occhi così profondi che ti fanno nascere, vivere e morire nella durata di un batter di ciglio, ma sono sguardi che non possono durare a lungo, poiché istantaneamente se ne incrociano altri, e le ciglia sono lunghissime e diverse, e i corpi sono diversi, e le razze e gli odori sono diversi. E non puoi impedirti di guardarti attorno, attonito, e la voglia di fare l’amore diventa impellente, senti l’onnipotenza divina infusa nel corpo, e ti rendi conto che vuoi e puoi avere chiunque, in qualunque momento della giornata, nascosto in un passage o nel mezzo di una piazza, sotto un albero, dietro una fontana, aggrappati alla colonna in Place Vendôme, fra le guglie di Notre Dame, nei romanticissimi e frequentatissimi argini della Senna. La mattina, la sera. Si diventa preda della Natura in tutta la sua ineluttabilità, ricchi e lussureggianti come lei. Il suo rigoglio è il nostro, le sue leggi sono insindacabili. La giovinezza risplende in tutti i corpi, le mani sono avide di sensualità, le labbra tumide, gli odori e i sapori più pungenti. Ci si eccita alla vista di un fianco, di un gluteo, di un seno, di un petto, di un collo, di un’ombra proiettata dalla mandibola. Per stringere un girovita si è disposti a tutto. I famosi istinti primordiali rinascono con violenza e impazienza.

Siamo animali.

E non c’è nulla di più consolante che godersela.