Come raddrizzare un dibattito nato storto

Di Francesca Manta • 10 Apr 2008 • Categoria: Politica • 6 Commenti

Non è mai tardi per aprire porte chiuse da anni, o rispolverare conversazioni ferme, fascicoli chiusi, questioni più o meno fossilizzate dal tempo. Possiamo dire che in Italia questa sia la nostra specialità, forse dovuta alla difficoltà con cui si risolvono certe questioni, e non mi allontano molto dal precedente articolo di Marie-Isabelle che ha ben descritto il nostro “immobilismo” opposto al dinamismo di tutto il resto del mondo. Persino la Spagna, citata da Lorenzo, da dittatura cattolica e autarchica fino a trent’anni fa, è diventata questo strano mix di costumi da Upper East Side e aggressivo liberismo economico.

Insomma, in mezzo a tutta questa frenesia, in Italia di che si parla? Di come risolvere la piccolissima tragedia economica che stiamo ormai vivendo impotenti? Di risollevare i settori storici della nostra economia? Di riunificare il sud a un nord ormai anni luce distante?

No, in Italia si hanno questioni ben più importanti da discutere. Se ignoriamo la tragicità dell’essere di nuovo in questa ridicola campagna elettorale da asilo nido, in cui, come ha ben notato anche Roberto Saviano sul TIME (l’autore di Gomorra è ancora sotto scorta), non solo si ignora tutto ciò, ma soprattutto il problema mafia che tra affarucci di famiglia e mercato sommerso incassa più di tutto il settore agricolo, è disarmante esaminare la qualità del dibattito giornalistico e intellettuale. Per esempio si parlava del battesimo di Magdi Allam (niente di personale, ci perdoni caro Allam, ma capisce quanto le sue posizioni religiose private possano tranquillamente essere ignorate dalla prima pagina dei giornali di un paese sulla carta libero e laico). O per esempio di mozzarelle e diossina che, fa quasi ridere, la “pulita” Cina rispedisce al mittente (e i rifiuti da cui molto probabilmente quella diossina è stata generata che fine hanno fatto?) o di infiltrazioni comuniste nella nostra decadente (che dico, magari ci fosse un briciolo di creatività decadente!) tivvù pubblica.

Ma tra tutti i sublimi argomenti di conversazione da tram, quello che ha stimolato per giorni le sezioni “considerare seriamente cambio di nazionalità” e “ricreare movimento amazzone” della mia materia grigia è stato il dibattito anti-abortista capitanato da Giuliano Ferrara. Dobbiamo riconoscergli il merito di aver resuscitato il movimento femminista italiano, forse troppo presto sopito negli anni ‘80 e incapace di prevenire alla radice revival inquisitori tardo medievali come quello a cui stiamo assistendo. E anche il merito di averci stupito: sì, è difficile stupirsi davvero ormai nel Bel Paese, perché anche le sorprese, come tutto il resto, hanno tempi biblici. La reazione basita di molte donne (e grazie al cielo di molti uomini, testimonianza di un diffuso sentimento di saturazione della pazienza in stock) all’urlante arringa in difesa di non si è capito bene quale vita, ha svelato finalmente una profonda delusione e frustrazione del popolo delle forse future madri delle forse future generazioni di Italiani.

È che nessuno ha veramente posto il problema dell’inadeguatezza di questo dibattito. Che una moratoria contro l’aborto sia presa anche solo in considerazione dall’alquanto occupato Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, anche in vista delle sedici firme che la sottoscrivono (tra cui il fratello di Terry Schiavo?!), è un piano ambiziosamente superbo. Le priorità geopolitiche che un’organizzazione come l’ONU è costretta a fronteggiare in agenda non comprendono certo, almeno adesso, sostenere tramite direttiva internazionale la partnership catto-reazionaria che una certa coalizione elettorale in un certo Paese sta portando avanti (geopolitica che invece i paladini della moratoria contro la pena di morte avevano bene in mente, emerito, se si guarda contro quali paesi la moratoria si scaglia). E anche come pubblicitario questo leader di partito avrebbe bisogno di una lezioncina: “Aborto? No, grazie?”, ma che siamo, caramelle al veleno?! Neanche gli spot contro il tabacco (che come l’alcol, gli incidenti, l’inquinamento uccide migliaia di più dell’apocalittico aborto, ma sorprendentemente nelle nostre affollate liste non figura ancora il partito anti-Brunello di Montalcino) si sono ridotti a porre la domanda retorica, primo perché dietro un bene di consumo c’è una persona, secondo perché lo slogan è un tantinello datato.

Questo dibattito non è solo passé e obsoleto, ma per niente opportuno in un Paese in cui NON c’è un’emergenza aborto. Gli aborti in Italia infatti sono in costante diminuzione, circa 130.000 l’anno su 25 milioni di donne, grazie anche a un corpo medico e infermieristico (i primi dimenticano presto di aver fatto un nobile giuramento all’arte medica di cui sono custodi ed esecutori) per il 60% obiettore di coscienza. Le fasce di età in cui l’aborto è più frequente sono tra i 20 e i 24 anni, poi tra i 25 e i 29 e tra i 30 e i 34 (please check). Inutile citare i medici che a Pisa hanno rifiutato, ancora, la pillola del giorno dopo, perché dovremmo aprire un altro controverso fascicolo.

Ora, quello che la massa inquisitoria di antiabortisti molto spesso e con molta nonchalance dimentica sono due questioni fondamentali: 1) il dramma personale di qualsiasi donna che decide di abortire e la semplice verità che non si è mai pro-aborto ma pro-libera scelta; 2) l’impossibilità di considerare serenamente la maternità per quasi tutte le donne sotto i 30 (i 40?) in Italia. Non mi dilungherò sul primo problema, visto che spiegare la tragedia e l’emozione della maternità sono questioni troppo nobili per snocciolarle a chi liquida l’enorme dolore della perdita di ogni madre come parte accessoria (se presa in considerazione del tutto) al problema etico. L’aborto è un atto biologicamente contro natura, e che se ne dica, il suo compimento non è un atto vergognoso, snaturato, terribile. Lo è per chi non vi è coinvolto. Per la donna che porta nel suo ventre da sola l’evidenza di un concepimento che è stato fatto in due, ma quando sceglie è una, con il suo vuoto e la sua colpa, questa operazione così piccola e così immensa rappresenta una sconfitta, una tragedia, un’inesplicabile tortura. Non è una Lady Macbeth che pianifica assassini, ma quasi certamente un’impotente Giovanna d’Arco.

La seconda questione è la chiave di una sensata reazione all’offensiva anti-uterina, e dovrebbe farsene portatrice tutto il popolo femminista nonché i portatori di quel seme che con la nostra metà fa nascere un frutto. Avrei voluto che dopo le uova a Ferrara mercoledì a Bologna fosse stato fatto un comizio serio e cosciente, ma dopo ogni protesta la folla perde sempre la sua verve. E non ho condiviso nemmeno il solidarismo della classe politica italiana, che in nome del “volemose bene” ci mette sempre un nanosecondo a consolare il martire di turno. Ferrara questa volta, mi dispiace (mah, nemmeno poi tanto), ha torto.

Il vero dramma italiano è che non ci sono più bambini, non perché crudelmente eliminati nello sport della madre snaturata, ma perché di bambini non se ne fanno proprio più, farli è un lusso che poche riescono a permettersi prima di aver risolto enigmi fondamentali quali lavoro e sicurezza economica, oltre alla difficile riconnessione con madre natura in tarda età fertile. Il nostro tasso di natalità è dello 0.01%, cioè nascono 9 bambini su 1000, molti dei quali grazie a immigrati che silenziosamente stanno “producendo” gran parte della forza lavoro futura. Senza contare che gli ultra sessantenni superano il 20% della popolazione, lo scenario per il futuro proprio roseo non è (CiaFactBook ). I bambini che nascono vivono e crescono in città senza asili, senza verde, con marciapiedi in cui passeggiare una carrozzina è una questione di logistica militare.

Ma sarebbe un dibattito troppo serio puntare il dito contro la discriminazione imperante nel lavoro, nell’università, nelle politiche dello Stato. La donna in quanto potenziale madre è completamente dimenticata: è dimenticata nei salari del 20% più bassi, nei colloqui di lavoro in cui ammiccando ci si chiede quando abbiamo intenzione di “figliare”, nell’inesistente sostegno alla maternità, nel coraggio senza faccia di compiere un terzo grado contro una donna in ospedale in un Paese che ha perso la bussola di se stesso. Il problema non è salvare queste vite dalla falce rosa che a loro dire teniamo in borsetta, accanto allo spray al pepe. Il vero - e più spaventoso - problema è permettere anche solo il concepimento psicologico di un bambino, l’idea responsabile di scegliere di averlo, cosa che, emeriti signori, non accade ormai più così spesso e non per colpa nostra

Ed è inevitabile fare il confronto con altri orizzonti, anche solo per non perdere la speranza.

Mi capita di camminare per le belle strade di Copenhagen, dove vivo, e trovarmi costantemente a sgomitare tra passeggini formato comitiva, biciclette con baby chariot (le Hoodie, biciclette brevettate nello stato autonomo di Christiania) e neo-mamme o giovani donne in evidente stato interessante. È strano trovarsi sommersi da piccoli bipedi biondi che sembrano spuntare da ogni angolo. È un Paese bambino-centrico, sindrome quasi debellata chez nous. E guardo con stupore le mie tante compagne di università col pancione e al fasciatoio in ogni bagno pubblico (il fasciatoio!), e invidio la loro tranquillità, il potere (il superpotere) di pianificare un bambino. Perché lo Stato eroga fior di sussidi quando si diventa giovani madri (oltre ai numerosi altri sussidi agli studenti universitari e ai disoccupati, ma lasciamo questa questione da parte), perché lo Stato non chiede il certificato di matrimonio per riconoscere una nuova vita. Anzi, di solito è il contrario, perché il lavoro è devotamente attento alla maternità (e alla paternità, ma le meraviglie dell’uomo danese si meritano un altro articolo). Ma soprattutto perché il senso comune protegge e difende l’essere madre, soprattutto una giovane madre, che è immune dal giudizio persecutorio (perché ci sono aborti tra le giovani donne in Italia? Molti bambini non sono prima uccisi dai giudizi, dallo stigma di certe convenzioni sociali? Pensiamoci.) e tutta la società riconosce l’immenso valore di un bambino tralasciando la trascendenza delle questioni morali a noi così care.

Mamma danese

Forse è proprio perché affrontare questioni in carne ed ossa richiederebbe una caratura morale e un coraggio nuovi, diversi, che continuiamo a rifugiarci nelle odissee etiche e morali. E in quanto donna, e in quanto madre in potenza, e sorella e amica di tutte le altre madri lungo il filo della storia, mi indegno di fronte a questo insulto. E incito chiunque si faccia predicatore della vita contro l’esercito della morte di uscire fuori e conoscerla questa vita, per capirla e proteggerla. Di questo abbiamo bisogno, non dell’ennesimo politico che sputa il suo dissenso su questioni che non hanno importanza, invece di cacciare i proverbiali attributi per sostenere ben altre battaglie. Altrimenti si resta qua, anzi si torna indietro senza possibilità di riavvolgere il filo.

E l’uovo che l’emerito si è beccato ieri, non lo chiamerei una medaglia. Le uova marce, i pomodori, la lattuga erano le armi del popolo contro le insulse performance di comizi, di opere teatrali, dei buffoni. E nell’era digitale fa sorridere che siano tornati gli insulti ortofrutticoli perché rispecchiano silenziosamente la comica arcaicità del confronto palco-spettatori. E si ride perché la storia la conosciamo già, questa è una performance che non ha avuto troppo successo dopo la première. E il pubblico vuole una ventata di novità perché ha bisogno di novità per ritornare a credere nel presente e nel futuro. Siamo tutti consapevoli dell’emergenza aborto selettivo in India e Cina e nessuno si sogna di difendere la politica del figlio unico di Pechino. Allora perché il politico in questione non mostra il suo coraggio dove ce n’è bisogno e va a farsi un paio di notti in una confortevole suite nelle prigioni cinesi? Perché non affianca i manifestanti in Tibet con le sue ragioni? Potrebbe a quel punto anche diventarci simpatico.

Quindi emerito, scenda dal carrozzone che marcia in senso contrario. Non vede il capotreno che ronfa lì nell’angolo? Nessuno sta chiedendo biglietti per la sua destinazione.

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Francesca Manta Francesca Manta scrive da Copenhagen. Fuggita un po' per amore e un po' per studio, frequenta la Copenhagen Business School nel corso di Business and Development Studies. Interessata in politica ed economia internazionale, viaggi, cinema e fare polemica quasi sempre su tutto.
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6 Commenti »

  1. In questo caso, come d’altronde ha sempre inteso fare, il Tamarindo ospita opinioni che non necessariamente rispecchiano quelle di tutta la redazione, formata da ragazze e ragazzi con idee diverse ma convinti sostenitori del confronto e del dibattito civili quali strumenti preziosi per l’arricchimento personale. Per questo motivo vi invitiamo caldamente a esprimere il vostro punto di vista su questa e sulle altre questioni trattate nel nostro giornale.
    Grazie e buona lettura!
    La redazione

  2. Cara Francesca, vorrei porgerti i miei complimenti più sinceri. Molte volte ho pensato di affrontare l’argomento aborto e, ogni volta, non sapevo da che parte cominciare. Il tuo articolo esprime in modo lineare, conciso e semplice (per quanto possibile) quanto sia assurdo il dibattito e inconcepibile che a parlarne sia proprio Giuliano Ferrara (si noti che in passato ha 3 volte scelto l’aborto con le sue compagne).
    Cosa ha (escludendo il pancione) in comune una donna in stato interessante?
    Possibile poi che l’unica soluzione possibile all’inesistenza della natalità in Italia sia proibire l’aborto?
    Ma quando migliaia di coppie gridavano giustizia per poter effettuare un’inseminazione senza finire in Svizzera o in Spagna, Ferrara dove stava?
    Ma tutti quegli splendidi potenziali genitori che, a causa di mere preoccupazioni economiche, non possono permettersi un bambino (o un tentativo) non meritano forse una battaglia più sensata?
    Tutti sappiamo che non si abortisce a cuor leggero, non bisogna essere femministe per difendere il diritto alla possibilità interrompere una gravidanza, bisogna solo essere Donne, col corpo e con la mente.

  3. Grazie mille, davvero. Fa bene sentirsi accomunate dagli stessi pensieri, specie in questo caso. A presto.

  4. punizione divina per magdi - some might say.

  5. Cara Francesca, il tuo articolo è molto interessante, anche se non sono d’accordo con tutto quello che dici.
    Sono antiabortista convinta e quindi per me la scelta di abortire non è né legittima né condivisibile (credo che sia possibile scegliere di non avere un figlio prima di fare il danno). Non per questo però mi permetto di giudicare le donne che dolorosamente scelgono questa strada né per questo mi permetterei mai di promuovere o sostenere una campagna che non ha altro scopo che quello di demonizzare le donne, di isolarle accentuando la loro assoluta solitudine. Inoltre, come tu ben ricordi, la moralità ci viene insegnata da chi non l’ha praticata…
    Tuttavia sono molto arrabbiata con le (noi!) donne italiane perché, mentre concentrate nel difendere il diritto all’aborto, ci dimentichiamo che così difendiamo un diritto che in realtà ci ferisce e ci frustra nelle nostre possibilità di scelta.
    Tu ci parli di Copenhagen e il confronto con l’Italia mi fa quasi piangere.
    Dove sono le politiche per la contraccezione? Dove sono gli aiuti per la maternità? Dove sono la parità sul lavoro, gli asili nido, i giardini pubblici? I ragazzi e adolescenti italiani sono tra i più disinformati in materia sessuale di tutta Europa, possibile che in Italia non siano possibili l’infermiera a scuola e le lezioni di educazione sessuale?
    Questi sono i diritti per cui vorrei vedere le donne protestare in piazza.
    E non mi si venga a parlare della chiesa Cattolica oscurantista e sessuofoba, perché la chiesa viene sempre tirata in ballo solo quando torna comodo e perché molte delle politiche che ho detto (a parte l’educazione sessuale!) da anni sono richieste proprio dalla chiesa.
    Ma quanto costano queste politiche? Tanto.
    Quindi costa meno fregarsene, lasciare il problema alle donne, dirci “se sei furba bene sennò ti arrangi”, risparmiare sulla nostra pelle per poi dirci “l’Italia ha un problema demografico, le donne italiane NON HANNO PIU’ VOGLIA di avere figli”
    Ma scherziamo?

  6. Spero solo di avere la stessa combattività e lo stesso speciale fervore che ti scorre nelle vene. Dopotutto il sangue è lo stesso.

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