Bokor

Di Guido Pallini • 6 Mag 2008 • Categoria: Viaggi • Un commento

Esistono luoghi al mondo di cui non si conosce la storia anche se ogni giorno essa si incrocia con le vicende personali di uomini qualunque e contemporanei viaggiatori. Bokor è uno di questi luoghi dove passato e presente si intrecciano e si sovrappongono in un insieme di sensazioni contrastanti, tra edifici abbandonati e decaduti con il gusto e il profumo del tempo che fu. Siamo nel sud della Cambogia, provincia di Kampot, a poco più di 1000 metri sul livello del mare.

Il parco si trova su di un altopiano spazzato da gigantesche nuvole che arrivano dalla costa. Nel giro di pochi secondi tutto ciò che è visibile sparisce in una tonalità di grigio che rende ogni cosa incerta. Gli edifici abbandonati e decadenti sono sparsi in un’area considerevole; c’è una chiesa, ma su tutti spicca con aria tetra il casinò. Quelle che adesso sono soltanto rovine raccontano frammenti di storia che in molti hanno dimenticato: la fine del colonialismo francese in Indocina e l’ascesa del regime sanguinario di Pol Pot.

Mentre cammino tra le rovine di questo luogo noto i segni di battaglie intense: muri crivellati di colpi, campi minati in fase di bonifica, la pesante eredità di un passato che non è poi così remoto. Tutto intorno si respira un’aria pesante, il silenzio è tale che il rumore dei passi sulla ghiaia diventa assordante.

È la stagione dei monsoni. Oltre alle guardie forestali che presidiano il parco e un gruppo di giovani monaci, siamo soli. Il casinò è un edificio imponente, il passare del tempo e lo stato di abbandono hanno permesso al muschio di colonizzarlo tingendo la facciata di un verde intenso e vivo. Poco a poco soccombe l’arancione brillante dei tempi che furono.
Una volta davanti all’entrata, ecco di nuovo le nuvole: l’edificio viene inghiottito dalla nebbia rendendolo ancora più affascinante e magico. Una volta dentro si rivela più grande delle nostre aspettative: dopo la reception e tre grandi stanze centrali ci sono diversi corridoi che si snodano verso l’ignoto. Al piano superiore troviamo delle stanze da letto e varie terrazze; giù nei sotterranei, densi di umidità, sembra ancora di sentir parlare i dipendenti indaffarati nelle cucine.

Sui muri scorgo le tracce di altri viaggiatori che negli anni sono passati a visitare il parco. Mentre passo da una stanza all’altra, con la mente ritorno indietro agli anni di gloria, immagino camerieri che passano di fretta attraverso i corridoi, signore francesi ricoperte di gioielli e membri dell’Amministrazione coloniale che discutono sui risvolti della politica locale.
Arrivo a un muro crivellato di colpi e allora vedo le immagini di guerra: morti, feriti, bambini che impugnano armi e che combattono senza neanche sapere perché.

Mentre vago per questo luogo decadente non posso fare a meno di interrogarmi sul passato di questo Paese: quanti morti? Quante atrocità? Come spiegare l’indifferenza dell’occidente davanti a fatti così gravi… Quante altre guerre, crisi umanitarie o genocidi saremo capaci di dimenticare?

Un commento »

  1. Un tuffo fra i malinconici resti di un passato per nulla lontano.
    Bellissime foto.
    Grazie

    p.s. Sull’indifferenza un Tale diceva:’L'uomo è dotato di un’infinita capacità di sopportazione dei dolori altrui…’ Terribile.

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