Agli occhi dei più, la vicende napoletane hanno un carattere insieme evocativo e paradossale, in ogni caso estremamente affascinante. Una delle particolarità è il fatto che tale situazione, pur nell’intensa ed espressionista drammaticità dei resoconti e delle immagini,dopo mesi (se non anni) di quotidiana vergogna, non riesca ancora ad assurgere compiutamente a “tragedia”. Non riesca cioé ad essere compiutamente metabolizzata e compresa in tutta la sua gravità.
In uno sviluppo così barocco, ricchissimo di colpi di scena, soluzioni improvvise ed inconsistenti, il tutto sembra scivolare in un abisso sempre più profondo, un’infinita riproposizione di schemi e situazioni già viste e sperimentate, senza alcuna apparente evoluzione. Una parata di ruoli, personaggi e situazioni nella miglior tradizione della Commedia Dell’Arte.

Il capitolo più paradossale è sicuramente quello sulle responsabilità. Le voci ed i dibattiti si inseguono, senza mai arrivare ad un qualcosa di concreto, schiacciate un fatalismo dirompente, figlio di un approccio molto mediterraneo e di una abitudine al paradosso, esercitata, spesso con genuine punte d’orgoglio, fino all’inverosimile. Proprio in questo, Napoli è lo specchio dell’Italia intera: immagine riflessa e deformata, spiega con impietosa lucidità le malattie di un Paese intero. Il nome è lo stesso: accountability. O meglio, la sua assenza.
Il termine è tanto brutto quanto difficilmente pronunciabile, così distante dalla lingua italiana quanto ne è distante il senso dalla realtà del nostro Paese. Solo sommariamente potrebbe esser tradotto con responsabilità, e sicuramente non con la responsabilità con cui siamo abituati, ormai da tempo, a fare i conti.
Il punto è che, in Italia, per ogni disfunzione, sembra non esistere mai un responsabile. Non intendo un solo responsabile, concetto vicino a quello di capro espiatorio, tipico processo di deresponsabilizzazione collettiva in cui siamo campioni, ma una effettiva scala di attribuzione puntuale delle responsabilità, alla base di un qualsivoglia sistema non solo strettamente giurisdizionale ma anche (e soprattutto) civile e politico. In Italia, nell’esser tutti coinvolti, non lo è mai nessuno, in una sorta di distribuzione della propria quota di responsabilità ad un “altro” indefinito, da cui ci si sente estranei nelle difficoltà, ma di cui ci si serve per non sentirsi colpevoli. Insomma, un modo come un altro per sentirsi puliti, così lontano dall’insegnamento cristiano di remissione dei peccati, di spontanea assunzione delle responsabilità proprie ed altrui, forse unico strumento psicologico per poter fronteggiare le crisi in maniera compatta. Ulteriore dimostrazione che l’Italia non è certo un Paese di Santi, Poeti e Navigatori, oltre al fatto che, probabilmente, bisognerebbe smetterla con la retorica a buon mercato delle “eredità culturali”.
La decenza si perde nella banalizzazione. Si scopre così che i responsabili non sono i politici, che non si sono (quasi) mai dimessi ed a cui è sempre stato impedito, presi singolarmente, di risolvere la situazione. Non lo sono i poveri cittadini, da sempre solo vittime delle loro stesse creazioni, la camorra ed il malgoverno. Non lo sono gli intellettuali, ripiegati in un iperuraneo di raffinatezza dolce e barocca, con quel suo gusto carico di ricercata bellezza nell’unione di sfarzo e morte (sempre meno figurata), e così irrimediabilmente incompresi dalle “masse”. In breve, non lo è nessuno - o meglio, nessuno si sente responsabile.

Proprio gli intellettuali, d’altra parte, meritano una riflessione più approfondita. Pochi giorni fa l’analisi, amara e lucidissima, di Panebianco sul Corriere. Concretizzando i dubbi di molti, si chiedeva dov’erano le cosiddette élite, quel milieu culturale che, in teoria dovrebbe essere a capo della società civile. Dov’è dunque la reazione di fronte allo sfacelo? Dove sono quelle forze catartiche che dovrebbero animare tutta Napoli, in un percorso virtuoso che ha inizio proprio dal singolo cittadino?
È la descrizione di un’inerzia incomprensibile, di una rassegnazione difficile da comprendere, in Italia ed ancor più all’estero. La realtà, forse, è ancora diversa, e ci racconta di una incomunicabilità strutturale tra i diversi livelli sociali (ad essere onesti, non certo una caratteristica della sola Campania1), tipica di società non completamente sviluppate, con eccessivi gradi di concentrazione di ricchezza o di cultura (che, naturalmente, comprende il senso civico2), in cui le élite sono irrimediabilmente scollegate dalla società. La società civile esiste ed è viva, si è risposto, ma non è ascoltata, non ha presa3. È un grido d’aiuto, una dichiarazione di impotenza, che certifica la morte del concetto non solo di intellettuale engagé, ma dello stesso concetto di cultura, che, quando non trasmessa e slegata dalla storia e dalla società, diventa caricatura di se stessa, Don Ferrante del nostro secolo.
In qualche modo, ritorna una questione centrale nella Storia d’Italia: quella della leadership, per usare un’altra parola straniera, da sempre così intrisa di fatalismo, da sempre vissuta non come forma di rappresentanza di interessi comuni, ma attesa messianica e manichea del “salvatore”, di colui che, con magico colpo di spugna e senza sforzi particolari, risolva tutti i problemi, quasi che questi fossero bazzecole originate chissà dove.

Nel momento in cui tutte queste questioni si incontrano, in questo caso a Napoli, si arriva all’apoteosi del paradosso. Ormai l’unica via sembra essere quella dell’intervento di autorità esterne, del dictator di classica memoria, come sostenuto di recente, in maniera convincente, proprio sulle pagine del Tamarindo. Ma niente è a costo zero, e niente è così semplice. Il dictator, declinato nelle forme più moderne del supercommissario o superfunzionario, concreta la propria esistenza su di un regime di necessità, che gli garantisce la delega, temporanea, all’esercizio di un potere che, per essere efficace, dev’essere assoluto, quindi extra-legem.
È, allo stato attuale delle cose, una soluzione probabilmente irrinunciabile, ma è anche una soluzione che potrebbe favorire proprio ciò che vuole combattere. Paradossalmente infatti, la natura di tale potere, proprio nel creare una qualche zona immune al potere giurisdizionale normale, è molto vicina alla prassi ed alla natura della camorra stessa (e delle mafie in generale), maestra nel creare e mantenere zone a legalità limitata. Il rischio per lo Stato è quello di esser percepito non troppo diversamente dalla camorra stessa, nel momento in cui esercita un potere non del tutto accettato o condiviso dalla maggioranza della popolazione, né sottoposto ad un controllo efficace. Si potrebbe, per assurdo, arrivare a sentire la camorra stessa più vicina agli interessi del cittadino leso nei suoi diritti dall’apertura di una discarica di emergenza, rinsaldando quel legame perverso con cui ci si è scontrati più volte. Sono i paradossi della cultura dell’emergenza, dell’efficacia d’ultima istanza non rispettosa (a volte) neanche delle regole più elementari. La percezione sarebbe quella dell’inesistenza di un effettivo salto di qualità tra il potere legittimo dello Stato e quello de facto della camorra (se non per il fatto che, nel sopruso, il secondo, proprio perché irresponsabile, può cavalcare meglio l’onda dello scontento). Da uno Stato colpevolmente assente, ad uno Stato dittatore e tiranno, con un ragionamento che travalica i più elementari principi di causa ed effetto, ma che, alla resa dei conti, non sembra così assurdo.
È una situazione abbastanza tipica, se inquadrata in prospettiva storica: da sempre capaci di gestire le emergenze con inaspettate risorse, ma altrettanto incapaci di gestire in maniera adeguata la “normalizzazione”, quindi incapaci di risolvere i problemi.
La mia riflessione non è un peana all’immobilismo: il tempo per la riflessione, in questo caso, ha da esser rimandato, proprio per la gravità del caso, ma non dimenticato. Infatti, anche agendo con risolutezza, non è affatto scontato che il dictator/funzionario dello Stato possa vincere contro la più compiuta espressione dei mali che attanagliano i cittadini italiani, per una meravigliosa e terribile metafora soffocati dai loro stessi, ed indesiderati, prodotti. Ed anche una volta vinta la battaglia, non ci si illuda di aver vinto la guerra, perché proprio tale vittoria dimostrerebbe quanta strada ci sia ancora da fare.
La consapevolezza è che il vero cambiamento, la rivoluzione, è quella a livello personale, a Nord come a Sud (senza voler generalizzare), con diversi livelli di intensità.
La crisi napoletana può essere, se ben gestita, un’occasione irripetibile per il cambiamento, o trasformarsi in una delle più grandi vittorie della camorra. Infatti, nella peggiore delle ipotesi, potrebbe arrivare a risultati incredibili (ma niente affatto improbabili): scaricare sul bilancio dello Stato la gestione del proprio fallimento (magnifico esercizio di moral hazard), rinsaldando al contempo il legame culturale e sociale con la popolazione, convinta della normalità dell’extra-legalità, dato che la risposta dello Stato, simbolo del potere legittimo, se limitata al dictator, non verrebbe percepita come diversa da quella della camorra.
Se non ci si assume tutti quanti la propria responsabilità morale (la relazione parlamentare sulla provenienza degli scarti tossici parla chiaro), se la magistratura non riesce ad andare fino in fondo evidenziando ogni responsabilità individuale e specifica, senza limitarsi al suggestivo ed inutile capo espiatorio, se la politica non si decide a cambiare l’approccio clientelare con una visione a lungo termine, se la società civile non si dimostra pronta a sacrificarsi alla legalità (il che comporta davvero per il singolo una perdita di utilità nel breve periodo), se il milieu intellettuale non riesce a rinsaldarsi con la popolazione, esponendosi davvero personalmente e rifiutando il compromesso nella proposizione di alternative ideali,complesse e suggestive, tutta questa esperienza sarà stata solo dannosa ed inutile.
Non ci si illuda di aver toccato il fondo. Non rimarrebbe altro che fare il passo successivo. Lasciare Napoli a chi la comanda davvero, forte dell’incapacità (o della non volontà) della popolazione di scegliere una alternativa: la camorra. Se davvero questa uscirà rafforzata dalle vicende dei prossimi mesi sarà perché, in fondo, è la stessa maggiornaza della popolazione, o delle élite, a considerarla come la miglior organizzazione possibile, adatta a rappresentare efficacemente gli interessi della comunità. Istituzionalizzare la camorra, in fondo, sarebbe renderla responsabile, prima di tutto verso gli stessi Napoletani (ed ecco il ritorno dell’accountability), in modo da interrompere il doppio binario di rivendicazioni che è alla base della pervasività sociale di questa istituzione. Da una parte infatti i benefici diffusi della cultura dell’illegalità, spesso spacciati ogogliosamente come simpatico folklore, che legittimano in continuazione l’esistenza di un’istituzione criminale, dall’altra i costi sociali ben più grandi, che lo Stato (indubitabilmente colpevole) dovrebbe risolvere, scaricando su quell’”altro”, in fondo percepito come alieno da sè, i costi del proprio comportamento.
Napoli, oggi, è uno dei banchi di prova della maturità dell’Italia stessa, sempre al limite tra una rinascita e la decadenza morale, in un equilibrio che, purtroppo, sembra immutabile. Siamo tra la fine del Paradosso e l’inizio dell’Incubo, pronto a concretizzarsi in un vortice di legittimazione dello Stato di fatto, ed una rinuncia, non si sa quanto consapevole, ad una esistenza migliore. O, più probabilmente, siamo sempre allo stesso punto, schiavi di noi stessi e della nostra incapacità (nel migliore dei casi) di cambiare ed evolvere, cittadini di uno Stato ignari degli obblighi morali che il concetto stesso di cittadinanza comporta. Napoli, solo un ulteriore tassello di un puzzle incastrato male, tempo e risorse sprecate, alla disperata ricerca non di un’Utopia, ma della normalità.


1) Situazione problematica a livello nazionale, come incidentalmente analizzato dall’ultimo rapporto CENSIS “Meno mobilità, più ceti, meno classi”.
2) I dati sull’indice ISCED (International Standard Classification of Education) , standard creato dall’ UNESCO come sistema internazionale di classificazione standard per l’istruzione, parlano chiaro, ponendo la Campania all’ultimo posto in Italia per numero di laureati e dottorandi.
3) Dal Sito del Corriere della Sera:
[...]Significativa la reazione di Mirella Barracco, presidente della Fondazione Napoli Novantanove, protagonista di quella stagione culturale che una decina d’anni fa accese tante speranze —. Il tessuto sociale non è torpido: ci sono decine di associazioni che si muovono sul territorio, elaborano progetti, ma alla fine di questo gran discutere non rimane granché. Siamo tutti disperati, ma non tutti vogliamo le stesse cose. È difficile trovare un’intesa sui tre punti nodali della crisi: fare diventare legale ciò che è illegale; rendere pulito quello che è sporco; dare credibilità a chi non è più credibile. L’unico modo per risollevarci dal baratro è accettare queste condizioni? Può darsi, ma è difficile digerirlo. Io credo che per venirne fuori, dobbiamo guardare l’abisso in cui siamo precipitati». [...] http://www.corriere.it/cronache/08_giugno_01/derrico_societa_civile_in_piazza_1eb4b622-2faa-11dd-a286-00144f02aabc.shtml