Una maratona nel deserto: un ingegnere nucleare si imbatte nel popolo dei Saharawi, senza terra, senza speranze, diviso in due parti da un muro di 3000 km che corre lungo il Sahara. Come migliorare la loro situazione? Ne nasce un progetto.

Correre nel deserto, la fatica che finge di non assalire, l’emozione di trovarsi soli in un mare di sabbia spinge la voglia di arrivare oltre. Carovane di beduini avvolgono i pensieri, immagini galoppanti di musulmani portatori della loro fede. Non c’è bisogno di sognare, un mondo da scoprire è alle porte del rush finale della maratona nel deserto. Non solo sabbia o beduini, ma un intero popolo, sommerso in quest’immenso angolo di deserto, lontano dalla propria terra d’origine. Sono i 250.000 Saharawi, profughi dal Marocco, che da oltre trent’anni vivono in una parte aridissima del deserto del Sahara, l’Hammada, nel sud della Repubblica dell’Algeria, al confine tra il Marocco e la Mauritania. I Saharawi rivendicano la loro patria, che ritengono essere stata invasa ed occupata dal Marocco; la loro popolazione è divisa in due parti: la fetta più grande, composta da un milione di persone, è stata inglobata in territori marocchini, l’altra parte arranca qui in Algeria. Le due parti sono divise da un muro invalicabile (in pieno Sahara!) alto dai 3 ai 5 metri, lungo migliaia di chilometri e protetto da mine e dall’esercito del Marocco.
Le condizioni di vita di chi vive nell’Hammada, nel lato algerino, sono caratterizzate dall’ indigenza e da una povertà tale che per la loro sopravvivenza sono intervenuti da tempo gli aiuti umanitari internazionali senza i quali non sarebbe possibile la vita. Tende, cibo, vestiario, e tutto ciò che serve alla sussistenza è trasportato a Tinndourf, nel sud dell’Algeria ed istradato nel deserto fino a raggiungere le 5 città tendopoli distribuite su
una superficie di circa 50 km2 nell’Hammada, dove vivono i 250.000 profughi.

Ogni anno verso la fine di febbraio viene organizzata da volontari una maratona internazionale (42 km di corsa) nel deserto dell’Hammada per attirare l’attenzione mondiale sul problema dei popolo Saharawi. Si resta sconvolti ancora una volta dal constatare come l’umanità sia a volte così cattiva, così ingiusta.

La situazione

La questione principale con cui ci si confronta più spesso è indubbiamente la bivalenza della situazione del popolo Saharawi presente nelle tendopoli : da una parte l’anelito a tornare nella loro patria, ad affrancarsi dall’Algeria ed a ricominciare la propria esistenza nei luoghi loro consoni per tradizione, nascita e umano diritto, dall’altra la permanenza ormai da trent’anni nelle tendopoli in una tristissima indigenza.
La visita all’ospedale è determinante per capire quanto siano critiche queste condizioni : la vita media di 39 anni per gli uomini e di 40 per le donne, l’altissima mortalità infantile, l’impossibilità di assicurare prestazioni mediche a causa delle pietose condizioni ospedaliere fanno si che questi profughi-residenti arrivino a servirsene di rado (persino del reparto di ginecologia) “preferendo” fare da sé nelle tendopoli dove le condizioni igieniche sono lo specchio della fatiscenza di un ospedale dove manca tutto.
Gli aiuti privati, internazionali e delle organizzazioni ufficiali preposte sono in azione, ma per quello si può vedere mantengono il popolo delle tendopoli a un livello di pura sopravvivenza, senza null’altro assicurare che la sussistenza giornaliera e un minimo spazio all’istruzione della moltitudine di bambini dei campi: studi che non danno alcuno sbocco futuro alle condizioni attuali.

Manca totalmente al popolo Saharawi una prospettiva di vita a medio-lungo termine e di conseguenza la possibilità di guardare al futuro con serenità. La speranza è completamente assorbita dall’idea di un ritorno nei territori della patria Saharawi; a questa idea viene sacrificata tutta la vita, segregata in prospettive a brevissimo termine e limitata dalle necessità e priorità precipue a questa finalità : la stoffa per le tende, la marmellata per oggi, il pezzo di ricambio per il camion.

È chiaro altresì che un popolo non può vivere a lungo dipendendo completamente da aiuti esterni in puro regime di sussistenza senza che si verifichino profondi mutaenti a livello culturale: la perdita della struttura sociale (la donna assume un ruolo molto forte in una società tradizionalmente patriarcale dove l’uomo perde il ruolo dominante non più legittimato dal lavoro), la perdita d’identità (l’abitudine a ricevere qualunque cosa da aiuti esterni e a relegare in definitiva il lavoro ad un ruolo subalterno o saltuario), il rifugiarsi in sogni dalla mancanza di prospettive, come quello del rientro in patria.
Tralasciamo ora la situazione politica, le giuste rivendicazioni di rientro e di possesso della patria Saharawi, oltre alla temporaneità della permanenza in territorio algerino; consideriamo semplicemente le persone che vivono nelle tendopoli: come e’ possibile e in quale forma dare loro la possibilità di programmare la vita a medio termine e/o migliorare realmente le condizioni di vita?

La distribuzione di energia nel mondo

Negli anni passati - e in parte anche in quelli attuali - la filosofia dei Paesi in espansione di economia avanzata si è basata su un’equazione molto semplice : uno Stato che vuole progredire deve avere a disposizione una quantità di energia pro capite molto alta (ed a costi possibilmente molto bassi). La tabella seguente mostra alcune differenze notevoli tra alcuni Paesi. In Africa per esempio, la percentuale di consumo di energia pro capite è rimasta nel corso degli anni Novanta pari a meno di un decimo di quella degli Stati Uniti.

Classifica dei Paesi secondo l’energia pro capite 2001 (kg. equivalenti di petrolio)

Stati Uniti - 8.076 Uraguay - 883 Egitto - 656
Italia - 2.839 Tunisia - 738 Ecuador - 713
Germania-Francia - 4.231 Colombia - 761 Camerun - 413

Per migliorare le condizioni di vita di un popolo nel medio termine è necessario passare ad un incremento di energia pro capite, indipendentemente da dove il popolo viva, dando i mezzi per utilizzare le risorse autoctone ed espandere così i mezzi economici, anche se questa via a volte strettamente capitalistica può essere estranea agli usi e costumi di molte popolazioni.
Con l’energia è possibile avere luce elettrica, perforare il suolo fino a raggiungere l’acqua, dissalare quest’ultima, alimentare le pompe per distribuirla: si potrebbe avere così l’acqua in casa e irrigare i campi, alimentare una industria di artigianato, ecc.
I 250000 Saharawi delle tendopoli hanno a disposizione pochi watt al giorno grazie a batterie alimentate e ricaricate a pannelli solari e/o al silicio: l’ equivalente di circa 10-50 kg di petrolio (per paragone vedere la tabella di cui sopra).
Con l’istallazione di una centrale elettrica di circa 10 MW o un impianto equivalente (esistono motori diesel per la produzione di energia elettrica della potenza di una decina di MW che vengono trasportati in container), seguita da un impianto di dissalazione dell’acqua estratta dal suolo, si arriverebbe ad un sicuro e drastico miglioramento di vita. Infatti dalla attuale dimensione di energia pro capite a quella necessaria per un miglioramento di vita del tipo ipotizzato c’e’ un fattore 100 o superiore, ottenibile solamente con un grande intervento strutturale!
Non e’ utopico : il prezzo di due impianti di questo tipo potrebbe porsi sui 100 milioni di euro (investimento da 30 milioni di euro per tre anni); il costo delle 10 macchine Toyota che hanno trasportato i partecipanti alla maratona nei vari tragitti nel deserto, sommato al valore dei camion, è nell’ordine di 1 milione di euro.

Dettaglio proposta

Viene proposto un sistema di produzione di energia attraverso un motore diesel (6,2 MW), accoppiato ad un impianto di dissalazione marina per via elettrica ed ad uno in cogenerazione, sfruttando il calore residuo del diesel. 50000 m3 di acqua dolce giornaliera e contemporaneamente una potenza residua di 1,4 MW elettrici sono i valori calcolati con l’impianto pilota proposto.

L’energia e l’acqua prodotti dovrebbero assicurare il raggiungimento e il mantenimento di condizioni di vita dignitose per la popolazione. Infatti il poter disporre di acqua per uso sanitario oltre che di energia elettrica potrebbe portare,nel giro di due-tre anni, alla risoluzione del problema della povertà e dell’indigenza per quella popolazione, attraverso l’irrigazione di 900 ettari di deserto (con una produzione ipotizzata di 7200 tonnellate di frumento all’anno), dando seguito allo sviluppo di un piccolo artigianato e del turismo.

Si tratta tuttavia di un cospicuo aiuto umanitario che, relativo al costo di investimento iniziale si pone a circa 55 milioni di euro ossia 220 euro a persona. Per paragone, il costo di un carro armato italiano di nuova generazione Ariete è intorno ai 5 milioni di euro.

Si ritiene che questo sistema, così come e’ stato proposto, possa essere valido per altre popolazioni in simili condizioni che al giorno d’oggi, sempre più spesso, hanno problemi di povertà e sussistenza nel nostro pianeta.

Priorità politiche

Si tiene a sottolineare che i seguenti aspetti possono essere complementari e non contraddittori: aspettare il rientro nelle terre patrie non dovrebbe essere una ragione per tenere la popolazione delle tendopoli in una tale povertà.

Si evidenzia quindi l’opportunità di una strategia politica diversa dall’attuale: cercare non solo di risolvere i problemi giornalieri di sussistenza, ma anche offrire una concreta prospettiva di crescita delle condizioni di vita del popolo Saharawi delle tendopoli.