I prezzi salgono, gli stipendi scendono. Ma non c’è alternativa.

Di Roberto Robatto • 11 Set 2008 • Categoria: Economia • 4 Commenti

L’aumento del prezzo delle materie prime, non solo il petrolio ma anche, tra le altre, grano, acciaio e rame, ha determinato l’effetto di una nuova spinta inflazionistica. I prezzi salgono in Europa di circa il 4%, mentre negli Stati Uniti si è già raggiunta una crescita del 5%. E nel frattempo si apre una questione salariale: la Banca Centrale Europea (BCE) chiede una politica di moderazione salariale nei paesi dell’area Euro1. E di conseguenza, in Italia, il Ministro dell’Economia ha fissato l’inflazione programmata all’1,7% scatenando già alcune proteste: la CGIL ha annunciato di non essere d’accordo con questa scelta per via del troppo potere d’acquisto che si toglierà ai lavoratori.

In autunno è quindi possibile che si aprirà una contesa che vedrà protagonisti Governo e parti sociali, e l’obiettivo del mio articolo è proprio quello di gettare un po’ di luce su questa possibile disputa. Prima di dire chi ha ragione e chi sbaglia, o chi ci perde e chi ci guadagna, è però necessario capire un po’ meglio cosa c’entra la BCE con l’inflazione e con il rinnovo dei contratti.

La BCE è responsabile della politica monetaria dell’area Euro (così come la Federal Reserve lo è per gli Stati Uniti, essendone la relativa Banca Centrale) e attraverso la variazione dei tassi di interesse può influenzarne l’attività economica. Un aumento dei tassi di interesse ha l’effetto, tramite una catena di trasmissione che passa per i tassi applicati dalle banche commerciali (come Unicredit o Intesa Sanpaolo, ad esempio) di diminuire la domanda di beni e servizi, con due effetti: porre un freno al PIL, da una parte, e all’inflazione, dall’altra.
Al contrario, se i tassi di interesse diminuiscono, si incentiva la domanda e quindi la crescita del PIL, ma con il rischio di un aumento dei prezzi.

Fino a poco tempo fa, la BCE è riuscita nell’obiettivo di mantenere un tasso di inflazione stabile e intorno al 2%. D’altronde, ciò corrisponde pienamente alla principale direttiva del suo statuto, ovvero il mantenimento di un basso livello di inflazione.
L’aumento dei prezzi delle materie prime, tuttavia, ha rappresentato quello che in letteratura economica è chiamato cost-push shock, ovvero uno shock economico che comporta un aumento generalizzato dei costi di produzione. A livello macroeconomico (cioè a livello aggregato), si osserva che un cost-push shock ha due effetti: da una parte l’aumento dei prezzi, e dall’altra la riduzione della produzione e di conseguenza anche dell’occupazione e del PIL, una combinazione di certo non incoraggiante2.
In questa situazione, la BCE sbaglierebbe se ottemperasse al suo mandato di mantenere bassa l’inflazione: se si concentrasse su un obiettivo di strict inflation targeting, ovvero mantenere l’inflazione non oltre il 2%, sarebbe costretta ad alzare di molto i tassi di interesse, contraendo in modo eccessivo la domanda e quindi il PIL e l’occupazione. La scelta è stata quindi quella di alzare i tassi, ma non troppo, con il risultato che i prezzi salgono di più rispetto agli ultimi anni (+4%) e il PIL soffre un po’, ma di meno rispetto ad una scenario con inflazione al 2%. La Federal Reserve statunitense, al contrario, ha valutato opportuno abbassare i tassi (gli USA hanno anche subito la crisi dei subprime e lo scoppio della bolla immobiliare), e oltreoceano l’inflazione ha infatti raggiunto il 5% ma il PIL respira più che in Europa.

Vediamo ora di capire quale è il ruolo degli stipendi, e di entrare nel meccanismo microeconomico che è responsabile di ciò che si osserva a livello aggregato. Senza troppo margine di errore, possiamo dire che i salari rappresentano la maggior parte dei costi di produzione di un sistema economico. Di conseguenza, un aumento dei salari comporta un aumento dei costi di produzione e di conseguenza le imprese, per non andare in perdita, devono alzare i prezzi.
La teoria economica considera i salari legati alla produttività del lavoro: un aumento di produttività si traduce in pratica (nel medio periodo) in un aumento dei salari, ma vale anche il viceversa: se la produttività diminuisce, i salari devono scendere3. L’aumento del costo delle materie prime può essere assimilato ad una riduzione di produttività: se infatti la produzione richiede di utilizzare delle materie prime, la produttività al netto dei costi pagati per queste materie prime sarà inferiore4.

Se i salari si aggiustassero immediatamente al nuovo livello di produttività, gli effetti di un cost-push shock sarebbero limitati: le imprese infatti si troverebbero di fronte ad un aumento del costo delle materie prime compensato però da una riduzione dei salari, e di conseguenza la banca centrale potrebbe riuscire molto più facilmente nel duplice obiettivo di non lasciare spazio all’inflazione e non far soffrire PIL e occupazione.
I salari, però si modificano a intervalli di tempo più o meno regolari (in Italia, molti contratti sono rinnovati ogni 2 anni) e quindi non si allineano immediatamente al nuovo livello di produttività. Le imprese, allora, devono aumentare i prezzi: l’aumento delle materie prime non è infatti compensato da alcuna riduzione dei salari, che sono rigidi5; inoltre i prezzi più alti riducono la quantità venduta e quindi spingono verso il basso anche PIL e occupazione6.

A questo punto, è evidente il motivo a fondamento della richiesta della BCE. Se gli stipendi aumenteranno solo del 2%, si avrà di fatto – cioè in termini reali – una riduzione del loro potere d’acquisto che li allineerà al loro nuovo livello di produttività: l’inflazione si sgonfierà (salvo altri rialzi del prezzo delle materie prime) fino a tornare ai livelli di qualche anno fa. Se invece gli stipendi aumenteranno maggiormente, questi aumenti si rifletteranno inevitabilmente sui prezzi praticati dalle imprese, creando quindi una spirale salari-inflazione molto pericolosa. E inoltre l’inflazione più alta vanificherebbe, dal punto di vista del potere d’acquisto, gli extra-aumenti salariali ottenuti dai sindacati.

Con il nuovo scenario economico – il petrolio ben oltre i 100 dollari al barile e l’aumento del prezzo di tante altre commodities – siamo tutti un po’ più poveri, in particolare chi vive solo del proprio stipendio. Reagire con eccessivi aumenti salariali sarebbe sia inutili sia dannoso; se si vuole fare redistribuzione, meglio agire attraverso i classici strumenti dei sussidi o di una revisione dell’imposizione fiscale a vantaggio delle fasce più colpite.

Note:


1) Il governatore della BCE ha auspicato che vengano evitati meccanismi che legano il rinnovo dei salari all’andamento dell’inflazione (si vedano i comunicati sul sito della BCE), che nella congiuntura economica attuale si traduce di fatto in una richiesta di moderazione salariale.

2) Per l’analisi degli effetti di un cost-push shock, si veda Clarida, GalĂ­ e Gertler (1999) “The Science of Monetary Policy: A New Keynesian Perspective”, Journal of Economic Literature, Vol. 37, N° 4, pp. 1661-1707; per una analisi piĂą introduttiva sugli sviluppi piĂą recenti della politica monetaria si veda la monografia di GalĂ­ “Monetary Policy, Inflation and the Business Cycle: an Introduction to the New Keynesian Framework”, 2008, Princeton University Press.

3) La produttivitĂ  è legata al salario reale, ovvero al potere d’acquisto del salario; un aumento del salario reale può avvenire sia tramite un aumento nominale dei salari (piĂą soldi in busta paga), sia tramite una riduzione dei prezzi.

4) E’ importante precisare la definizione di produttivitĂ : sia Y il valore della produzione (di una nazione, una regione, una fabbrica, etc…), M i costi della produzione escluso il costo del lavoro (materie prime, semilavorati, energia elettrica, etc) e H il numero delle ore di lavoro che si impiega per produrre, allora la produttivitĂ  oraria è data da (Y-M)/H , cioè il valore aggiunto della produzione diviso per il numero di ore impiegate nella produzione. Un aumento del prezzo del petrolio causa un aumento di M, con una conseguente riduzione della produttivitĂ .

5) Sul ruolo delle rigiditĂ  dei salari (e sulla non ottimilitĂ  di una politica di strict inflation targeting in caso di cost-push shock) si veda, tra gli altri, Erceg, Henderson e Levin (2000) “Optimal Monetary Policy with Staggered Wage and Price Contracts”, Journal of Monetary Economics Vol. 46, N° 2, pp. 281-313 e Thomas (2008) “Search and Matching Frictions and Optimal Monetary Policy”, Journal of Monetary Economics, Vol. 55, N° 5 (Luglio), pp 957-960.

6) In caso di shock che riduce la produttività, la riduzione del PIL si può dividere in due componenti, una strutturale e una congiunturale. La riduzione strutturale si verifica anche in assenza di ogni tipo di rigidità, mentre la riduzione congiunturale è dovuta in larga misura alle rigidità di prezzi e salari.

Roberto Robatto Classe 1983, ligure di origine (e probabilmente da qui nasce il mio interesse per l'economia…), poi la laurea a Milano e adesso il Master a Barcellona. Da grande voglio fare l'economista, l'intenzione è di iniziare il Phd al più presto. Oltre alla passione per l'economia, ci sono anche quella per la politica (molto attivo soprattutto negli ultimi 3 anni) e per la musica (ho suonato il basso elettrico, ma mi sono preso una pausa dopo gli scarsi risultati, anche se mi sono divertito tantissimo!).
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4 Commenti »

  1. le classiche domande dell’uomo del bar Fortunato:
    ma in questo genere di analisi non bisogna tener conto del massacro del potere d’acquisto dei salari avvenuto dall’avvento dell’euro ad oggi?
    ciò non ha forse fatto giĂ  pagare interamente ai lavoratori le coseguenze delle “cost-push shock”, mentre altre classi sociali mantenevano invariato od aumentavano grandemente il proprio benessere economico (molto spesso grazie ad infide speculazioni)? non è forse a loro che uno “stato” forte e giusto deve presentare il “conto” di una sfavorevole congiuntura economica?

  2. Nico, se leggi con attenzione il mio articolo (in particolare la conclusione) ti accorgerai che è pienamente compatibile con il tuo intervento.
    non voglio commentare il fatto tanto reclamizzato che l’introduzione dell’euro ha aumentato i prezzi, non ho abbastanza dati per dire nulla di piĂą di quanto dicono i giornali (cioè di quanto si osserva quando andiamo a fare la spesa).
    se negli ultimi anni c’è stata una riduzione del potere d’acquisto dei salari, la soluzione (a fronte di un cost-push shock) non è quella di un aumento dei salari alla fonte (cioè del salario pagato dall’impresa al lavoratore): sarebbe sia inutile che dannosa. Al contrario, se si vuole fare redistribuzione verso chi ha reddito fisso (lavoratori e pensionati) è meglio dare un sussidio o ridurre l’imposizione fiscale sui loro redditi, facendo pagare queste politiche economiche alle categorie che si ritiene abbiano mantenuto invariato o aumentato il loro benessere.
    nel mio articolo, non affermo quale gruppo sociale in particolare debba pagare il costo della congiuntura sfavorvole, voglio soltanto spiegare qual è la tesi piĂą recente della ricerca economica per evitare di peggiorare i problemi (ed arrivare ad avere inflazione a due cifre come negli anni ‘70). dopodichĂ©, nulla vieta di fare redistribuzione, se lo si ritiene necessario, a chi viene piĂą colpito, ma con altri strumenti rispetto ad una indicizzazione dei salari all’inflazione.

  3. Complimenti Roberto. Bell’articolo, sto seguendo quest’anno il corso di Macroeconomia in uni, e siamo appena giunti all’inflazione (per ciò che riguarda gli effetti sul PIL e vice versa), l’articolo è capitato a pennello.

    P.S.: Milano non è la stessa senza di te! Salutoni!

  4. C’è un elemento nel tuo articolo che non ho trovato: quando accenni allo statuto della BCE fai riferimento all’inflazione come principale direttiva in esso presente. Correttissimo. C’è però da aggiungere che le preoccupazioni per la disoccupazione non rientrano nelle competenze assegnate dai governi europei all’istituto di Francoforte. Può non piacere, ma è una responsabilitĂ  dei governi, non della BCE.

    Aggiungerei che in Italia ci troviamo ad affrontare una situazione ancora piĂą tesa di altri Paesi europei per la peculiaritĂ  del nostro mercato del lavoro. Le soluzioni, però, non dovrebbe trovarle l’economia: questa dovrebbe dare strumenti per trovarle e basta. Come diceva, giustamente a mio avviso, la mia professoressa di politica economica dell’universitĂ , è la politica che deve avere il coraggio delle proprie decisioni e non può chiedere all’economia di fare da foglia di fico per coprire le proprie incompetenze.

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