I (still) like Ike!
Di Filippo Chiesa • 29 Set 2008 • Categoria: Politica, USA 2008 • Un commentoEntrambi i candidati alla presidenza Usa sembrano volersi assicurare l’ereditĂ di Dwight Eisenhower per vincere le elezioni 2008. McCain punta sulla sua esperienza militare, presentandosi come uomo pronto a navigare il Paese tra le burrasche del mondo, come fece Eisenhower per convincere gli Americani della sua capacitĂ di portare a termine la guerra in Corea. Obama si rivolge alla classe media con politiche fiscali mirate a ridurre le tasse al 95% della popolazione, sperando di avere il “ventre” del Paese - che votò in massa per Eisenhower negli anni ‘50 - dalla sua parte sulle questioni economiche.

Le luci si accendono. L’atmosfera è quella d’altri tempi. L’introduzione di Jim Lehrer, moderatore di PBS, è concisa. Richiama il pubblico all’ordine, permettendo solo un applauso quando Barack Obama e John McCain entrano in sala per il primo dibattito televisivo della campagna ‘08.
Obama entra da destra, McCain da sinistra. I due convergono al centro della sala, si stringono la mano. Non si abbracciano, niente pacche sulle spalle. Sarebbe forse troppo in un momento in cui la crisi finanziaria rischia di fomentare rigurgiti di antipolitica nell’opinione pubblica americana. NĂ© i democratici nĂ© i repubblicani possono permettersi eccessi di gioia quando sono sotto gli occhi di tutti, neanche se fosse la gioia del fair-play.
Il dibattito dovrebbe riguardare politica estera e sicurezza nazionale, ma in pochi credono a categorie a compartimenti stagni. Jim Lehrer cita Eisenhower: “La nostra forza militare dipende, in ultima analisi, dalla nostra potenza economica”. Il collegamento è fatto, sembra quasi banale nella chiarezza dell’eloquio di Larry. La crisi finanziaria è per definizione materia di sicurezza militare e politica estera. Pronti, via. La prima domanda è sull’economia: quali sono i piani dei candidati per guidare il paese fuori dalla crisi? Obama parte bene, correndo sui binari eisenhoweriani tracciati da Lehrer: parla di ridurre le tasse per la “middle-class”. Punta l’indice contro il liberismo economico di Bush e McCain per aver contribuito al crack di Wall Street. McCain parla di “bipartisanship”, ma sembra rincorrere Obama persino nelle immagini linguistiche: anche a lui interessano le persone che vivono su “Main Street” piĂą di quelle che speculano su “Wall Street”. Appare piĂą credibile nella determinazione a tagliare la spesa, ma scivola sul “corporate tax rate”: gli Usa ce l’hanno al 35%, troppo, l’Irlanda l’ha abbassata all’11%. Lo sa McCain che l’Irlanda sarĂ il primo Paese europeo a entrare in recessione economica quest’anno? Obama perde l’occasione di ricordarlo.
Si passa alla politica estera vera e propria. Lehrer chiede ai due quali siano le lezioni della guerra in Iraq, sperando in un’elaborazione storica che possa servire per il futuro. Ma McCain si butta sul presente, dicendo che la nuova “surge strategy” sta producendo enormi successi. “We are winning in Iraq. Let us win”. Obama si butta sul passato, ma senza elaborare in modo approfondito su guerra e esportazione della democrazia. “John, you said we would win quickly and that we would be greeted as liberators. You were wrong”. Il colpo è azzeccato, ma non rassicura molto il pubblico sul futuro. McCain rincara la dose: “Forse il senatore Obama non capisce che una exit strategy con tempi predeterminati vorrebbe dire sconfitta”.
Obama non risponde in modo convincente, ma sposta l’attenzione sull’Afghanistan, ricordando il bisogno di piĂą truppe per stanare Al-Qaeda. “Ci siamo fatti distrarre dall’Iraq e Osama Bin Laden sta riorganizzando i suoi gruppi in libertĂ ”. McCain non spiega come intende soddisfare il bisogno di piĂą truppe in Afghanistan, mantenendo la presenza in Iraq senza un piano per il ritiro. Se la cava però giocando abilmente sulla sua esperienza: “Io ho viaggiato, sono stato in tutti questi posti, a differenza del senatore Obama. E so di cosa abbiamo bisogno per vincere”.
Sul resto - Pakistan, Iran, Russia - emerge qualche differenza sulle rispettive visioni della politica internazionale. Obama mostra di comprendere la dinamica del bilanciamento dei poteri nella geopolitica: “Il nostro intervento in Iraq ha favorito enormemente l’Iran, perchĂ© abbiamo destabilizzato il suo maggior nemico dell’area”. E loda le doti della “diplomazia diretta”. Engage diventa la sua parola vincente. McCain parla invece di “Lega delle Democrazie” per contrastare le ambizioni nucleari iraniane. Obama non è d’accordo. La forma di governo non è determinante nei giochi diplomatici: “Abbiamo bisogno anche di Cina e Russia che, sebbene non-democrazie, possono avere interesse a prevenire la proliferazione nucleare”.
Il resto è piĂą scontato. McCain ripete di non avere bisogno di “on-the-job training”, rassicura i veterani, passa per la persona navigata che è. Obama invoca una “broader strategic vision” per la nuova politica estera americana, che dovrĂ restaurare l’immagine degli Usa nel mondo. A McCain spetta la battuta di chiusura: “I know how to heal the wounds of war”. L’immagine rassicurante del nonno premuroso. Molto in sapore Eisenhower. Efficace e rassicurante per chi teme le conseguenze di un ritiro dall’Iraq. Si chiude. McCain applaude felice per come è andata. Stringe la mano a Obama come all’inizio. Con sicurezza, ma senza eccessi di cordialitĂ . “Good job John” gli riconosce Obama. “Good job”, gli risponde l’altro.
Sia McCain sia Obama possono sfruttare il “fattore Eisenhower”. McCain ne prende il lato della politica estera: Eisenhower fu in parte eletto per portare a termine con onore la guerra di Corea. Il senatore dell’Arizona vuole ora mostrare che la vittoria con onore è a portata di mano in Iraq. E così compiace chi si commuove al sentire la parola victory e chi vuole riportare le truppe a casa con il senso di aver raggiunto un risultato. McCain vuole essere il nuovo Eisenhower della politica estera. L’esperienza del veterano come garanzia di capacitĂ presidenziale.
Obama gioca invece sul lato domestico dell’ereditĂ di Eisenhower. Parla di “middle-class”, quella middle class in cui un milione di famiglie all’anno vennero risucchiate negli anni di Eisenhower . In tempi di grave crisi economica le politiche economiche di Obama possono attirare i voti di larghe fette della classe media americana. Meno esperto in politica estera, ma piĂą dinamico sulle questioni di economia interna. In fin dei conti, proprio la middle-class potrebbe essere la forza trainante del giovane senatore dal sangue keniota che ancora crede nell’American Dream.
Filippo Chiesa Filippo Chiesa si trova a Washignton D.C., ne bel mezzo di una crisi finanziaria e di una campagna elettorale: trovare il tempo per studiare alla School of Advanced International Studies della Johns Hopkins è sempre più difficile, ma la vita insegna a godersi più cose allo stesso tempo. Filippo ha vissuto a Bologna, Dublino, Genova, Roma e Torino prima di trasferirsi negli Stati Uniti. Eppure, in fondo all’anima, rimane un cittadino di Ciavai, una piacevole cittadina medievale affacciata sul Golfo del Tigullio. Va bene viaggiare, ma il viaggio è un’odissea che prepara il ritorno a casa.
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[...] si sarebbe giocata alla conquista della classe media (una strategia elettorale che collegai all’eredità di Eisenhower). Ebbene, in un solo mese Obama sembra essere riuscito a prevalere nella conquista della [...]